Femminicidio a Messina, la tragedia annunciata di Daniela Zinnanti: il suo ex resto in carcere dopo la confessione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La misura cautelare era stata disposta, corredata dall’obbligo del braccialetto elettronico, ma quel dispositivo, quella cavigliera che avrebbe dovuto segnalare ogni suo spostamento, non era materialmente disponibile. E così Santino Bonfiglio, settantasette anni, pensionato con alle spalle una storia di violenze e denunce, è potuto uscire dalla sua abitazione dove si trovava agli arresti domiciliari, raggiungere l’appartamento di via Lombardia a Messina e, al culmine di un ennesimo litigio, uccidere Daniela Zinnanti con quaranta coltellate. La Procura, diretta da Antonio D’Amato, aveva chiesto il fermo, e il giudice per le indagini preliminari Alessia Smedile, al termine dell’interrogatorio di garanzia svoltosi nel carcere di Gazzi con la pm Roberta La Speme, non solo lo ha convalidato, ma ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare che lascia Bonfiglio dietro le sbarre. Nessuno, a questo punto, potrebbe più restituire la vita a Daniela, ma la decisione del gip fotografa la gravità di un quadro indiziario che lo stesso omicida, con la sua confessione, ha contribuito a delineare.

L’orrore domestico e il ritrovamento da parte della figlia

Daniela Zinnanti, che di anni ne aveva cinquanta, viveva in quel quartiere residenziale con la preoccupazione costante di chi sa di avere un ex compagno che non molla la presa. L’incontro che lui stesso ha definito “chiarificatore” — un pretesto, stando alla ricostruzione degli investigatori della Squadra Mobile — si è trasformato in pochi istanti in un massacro. Una lite, poi l’impugnatura di un coltello e una furia omicida che non si è fermata neppure dopo che il della donna era ormai esanime. A scoprire la scena è stata la figlia di Daniela, entrata nell’appartamento e subito sopraffatta da quello spettacolo atroce: la ragazza, che tra l’altro è incinta di sette mesi, è stata colta da un malore e trasportata d’urgenza in ospedale per gli accertamenti del caso, un trauma psicologico che si aggiunge alla perdita della madre. L’arma del delitto, un coltello, è stato recuperato dagli agenti nei pressi di un cassonetto dell’immondizia, non lontano dall’abitazione della vittima: Bonfiglio, dopo aver colpito, aveva tentato di disfarsene, ma la scientifica lo ha trovato e ora costituirà un elemento probatorio fondamentale nel processo che lo attende.

Un calvario scritto negli atti giudiziari

La storia di violenze che ha preceduto il femminicidio è purtroppo minuziosamente documentata. Daniela Zinnanti aveva già denunciato Bonfiglio in passato, arrivando in un primo momento a ritirare una querela, forse illudendosi che lui potesse cambiare o per paura di ritorsioni. Poi, il cinque febbraio scorso, l’ennesima aggressione: la donna era stata picchiata così selvaggiamente da riportare sette costole fratturate, un trauma cranico e ferite da taglio, con una prognosi iniziale di trenta giorni. In quell’occasione, gli agenti che intervennero la trovarono in condizioni disperate, tumefatta e coperta di sangue. Bonfiglio, interrogato, tentò di giustificarsi sostenendo che la compagna fosse caduta per l’abuso di alcol, una versione smentita dai referti medici e dalle successive dichiarazioni della vittima, la quale raccontò anche di tentativi di soffocamento e di minacce di morte ricevute con un coltello puntato al fianco. Fu a seguito di quell’episodio che il giudice dispose per lui i domiciliari con l’obbligo del braccialetto, un provvedimento che già allora, nelle motivazioni, parlava di un “regime di vita insostenibile e umiliante” per Daniela e della sua “sottomissione psicologica”.

La rabbia dei familiari e la resa dei conti con un dispositivo fantasma

Ma il braccialetto, come detto, non è mai arrivato in tempo. I familiari di Daniela Zinnanti, a cominciare dal fratello Roberto, non riescono a darsi pace e gridano la loro disperazione davanti a quella che definiscono una morte annunciata. Avevano messo in guardia più volte la loro congiunta, spronandola a troncare definitivamente con quell’uomo, e quando finalmente lei l’aveva fatto, Bonfiglio ha trovato il modo di eludere un sistema di controllo che avrebbe dovuto vigilare su di lui. Un accertamento interno alla Procura di Messina sta ora verificando le ragioni precise per cui il dispositivo non fosse disponibile e perché, nonostante l’ordinanza, l’esecuzione della misura non sia stata subordinata all’effettiva installazione della cavigliera. Nell’interrogatorio, l’indagato si è presentato “annichilito e scosso” secondo quanto riferito dal suo legale, Oleg Traclo, ma la cruda realtà parla di una donna di cinquant’anni massacrata nella sua casa, di una figlia che l’ha trovata in una pozza di sangue e di un’escalation di violenza che era nota a tutti, purtroppo, tranne che a chi avrebbe dovuto impedirla con gli strumenti della legge.

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