Il racconto di Santino Bonfiglio davanti al giudice: "Volevo solo parlarle, poi ho perso il controllo"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina del tribunale, con i suoi tempi e i suoi riti, si è messa in moto per fare chiarezza sull’omicidio di Daniela Zinnanti, la cinquantenne uccisa a Messina nella sua abitazione del quartiere Lombardo, e il primo tassello fondamentale, dopo il fermo, è stato l'interrogatorio di garanzia per Santino Bonfiglio, il settantenne che della donna era l'ex compagno e che, agli inquirenti, ha già reso una piena confessione. Rinchiuso nel carcere di Gazzi, l'uomo è comparso davanti alla giudice per le indagini preliminari Alessia Smedile e alla sostituta procuratrice Roberta La Speme, e per oltre un'ora ha risposto alle domande, confermando sostanzialmente la dinamica già emersa nelle prime battute dell'inchiesta. Un racconto, il suo, che cerca di delineare i contorni di una tragedia che lui stesso definisce non premeditata, maturata, a suo dire, in un crescendo di tensione emotiva durante un incontro che avrebbe dovuto essere chiarificatore. Bonfiglio ha parlato di una lite, di una discussione che avrebbe subito preso una piega violenta, alimentata, secondo la sua versione, da un dettaglio della vita privata della vittima che lui non avrebbe saputo accettare: la scoperta che Daniela Zinnanti avesse intrapreso una nuova relazione sentimentale. È in quel frangente, ha spiegato ai magistrati, che avrebbe perso il controllo, afferrato un coltello che aveva con sé e colpito la donna. Un impulso improvviso, una reazione sproporzionata, secondo la sua narrazione, che però si scontra con una realtà giudiziaria ben più complessa e fatta di atti e misure cautelari che raccontano una storia di violenza prolungata nel tempo.

Un delitto maturato in un contesto di violenze pregresse e l’assenza di un braccialetto che sarebbe dovuto arrivare

A rendere la vicenda ancora più drammaticamente emblematica, e a sollevare piaghe profonde sul fronte della prevenzione, è il quadro indiziario e procedurale che ha preceduto il femminicidio. Santino Bonfiglio, infatti, non era un uomo libero, o almeno, non avrebbe dovuto esserlo. Il giudice, in seguito all'ennesima denuncia sporta da Daniela Zinnanti a gennaio per le lesioni riportate dopo un pestaggio che le aveva causato la frattura di sette costole, aveva disposto per lui la misura cautelare degli arresti domiciliari. Una misura che, nelle intenzioni del tribunale, doveva essere rafforzata dall'utilizzo del braccialetto elettronico, quello strumento di controllo a distanza che, nei casi di maltrattamenti, dovrebbe fungere da deterrente e da monitoraggio costante. Ebbene, quell'ausilio tecnologico, come emerso dalle indagini e confermato dalla stessa questura, non era disponibile al momento dell'esecuzione del provvedimento. Sarebbe dovuto arrivare, secondo le tempistiche, proprio nelle ore successive al delitto, il giorno successivo o forse quello stesso in cui Daniela Zinnanti è stata uccisa. Un paradosso burocratico e logistico che ha di fatto reso inoffensiva la misura cautelare: l'uomo, senza alcun controllo, ha potuto allontanarsi dalla sua abitazione, violando gli arresti domiciliari, e recarsi da quella che era la sua vittima designata. Un incontro, quello fatale, che Bonfiglio ha giustificato come un tentativo di confrontarsi con lei proprio sulla denuncia che pendeva sulla sua testa, una denuncia che, a suo dire, contestava aspramente.

Il ritrovamento del e la genesi di una relazione malata fatta di denunce ritirate e paura

A trovare il senza vita di Daniela Zinnanti, riverso in una pozza di sangue, è stata la figlia, una giovane donna incinta di sette mesi, che, insospettita dal silenzio della madre, si è recata nella sua casa di via Lombardia martedì sera, scatenando l'allarme e provando uno choc tale da renderne necessario il ricovero in ospedale per accertamenti. La furia dell'aggressione, con decine di coltellate inferte alla vittima, ha lasciato pochi margini di dubbio sulla ferocia del gesto. L'arma del delitto, un coltello, è stata successivamente rinvenuta dagli agenti della squadra mobile nei pressi di un cassonetto dell'immondizia, non lontano dall'abitazione, un particolare, questo, che contribuirà a ricostruire con precisione la dinamica e la fuga dell'assassino. La relazione tra Daniela e Santino Bonfiglio, come testimoniato anche dai parenti e dai vicini di casa, era da tempo un alternarsi di litigi, riconciliazioni e violenze. La donna, che si prendeva cura della madre anziana e viveva in una numerosa famiglia di sei fratelli, aveva già denunciato l'uomo in passato, a maggio del 2025, salvo poi ritirare la querela, probabilmente illusa dalla possibilità di un cambiamento o, come spesso accade in queste dinamiche, sottoposta a pressioni e minacce. L'ultima denuncia, quella di gennaio, sembrava invece aver segnato un punto di non ritorno: Daniela aveva deciso di chiudere definitivamente, ma quella determinazione l'ha resa, agli occhi del suo persecutore, un bersaglio ancora più vulnerabile.

Il peso delle parole del legale e le prossime scadenze processuali per un caso che interroga la coscienza pubblica

Il legale di Santino Bonfiglio, l'avvocato Oleg Traclo, ha descritto il suo assistito come una persona «annichilita, scossa nei suoi pensieri». Una reazione, quella del difensore, che fotografa lo stato d'animo di un uomo che, dopo aver confessato, si trova ora a dover rispondere di omicidio aggravato. L'avvocato ha ribadito la tesi difensiva secondo cui Bonfiglio si sarebbe recato dalla ex con l'intento di parlare, per chiarire la questione della denuncia per lesioni e maltrattamenti, senza alcuna premeditazione. Una versione che, se da un lato punta a scagionarlo dall'aggravante della pianificazione, dall'altro non cancella la ferocia dell'atto compiuto né il fatto che l'uomo fosse già imputato in un altro procedimento per gli stessi reati contro la stessa persona, la cui prossima udienza è fissata per il 9 maggio. Nei prossimi giorni, la giudice dovrà decidere sulla convalida del fermo, un passaggio quasi scontato data la gravità dei fatti e il pericolo di reiterazione, mentre il medico legale riceverà l'incarico per l'autopsia sul di Daniela, atto necessario per stabilire con precisione le cause della morte e il numero esatto dei colpi inferti, prima della restituzione della salma ai familiari per i funerali.

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