Il gip di Messina convalida il fermo per Santino Bonfiglio, il video della fuga con il coltello e la lunga scia di violenze alle spalle del femminicida di Daniela Zinnanti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La camera ardente allestita per Daniela Zinnanti, la cinquantenne uccisa nella sua abitazione di via Lombardia, a Messina, non si era ancora chiusa che il provvedimento del giudice per le indagini preliminari è arrivato a mettere un primo, formale sigillo giudiziario sulla vicenda. Alessia Smedile, gip di Messina, ha infatti convalidato il fermo di Santino Bonfiglio, il settantenne camioniere che nella notte tra il 9 e il 10 marzo ha confessato di averla massacrata con decine di coltellate. L’uomo, assistito dall’avvocato Oleg Traclò, si trova ora rinchiuso nel carcere di Gazzi, e per lui si sono aperte le porte di un’ulteriore detenzione che segue di poche ore la duplice confessione: quella resa inizialmente agli agenti della squadra mobile subito dopo il fermo, e poi quella, più articolata, davanti alla stessa gip nel corso dell’interrogatorio di garanzia.

Un passaggio, quest’ultimo, che ha permesso di mettere nero su bianco dettagli cruciali riguardanti la dinamica dell’omicidio e lo stato d’animo dell’indagato. Bonfiglio, ascoltato in carcere, ha parlato di un incontro che voleva essere “chiarificatore” con la ex compagna, colei che lo aveva denunciato per maltrattamenti e che, con quelle querele, lo aveva portato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Ha raccontato di essersi recato da lei portando con sé un coltello — che la difesa, nella sua linea argomentativa, vorrebbe interpretare come uno strumento di minaccia e non di offesa — e di avere anche utilizzato un tondino di ferro, recuperato poi dagli investigatori, per forzare la finestra dell’appartamento e introdursi all’interno. Una volta dentro, ha dichiarato, “ha perso il lume della ragione” quando la donna gli avrebbe riferito di un tradimento recente, scatenando una reazione spropositata che ha portato all’accoltellamento fatale.

L’irruzione in casa dalla finestra e le immagini della telecamera che inchiodano il fuggitivo

A togliere ogni dubbio sulla ricostruzione degli eventi, contribuendo in maniera decisiva all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, sono state le immagini di un sistema di videosorveglianza privato posizionato al primo piano dello stabile di via Lombardia. I frame, ora agli atti dell’inchiesta coordinata dalla pm Roberta La Speme, mostrano Santino Bonfiglio nell’atto di allontanarsi dall’appartamento di Daniela Zinnanti. L’orario impresso sul video, le 22:25 del 9 marzo, è una cesura temporale che cristallizza l’istante immediatamente successivo al delitto: l’uomo cammina con passo deciso, quasi normale, e nella mano destra stringe ancora il coltello, quell’arma che pochi minuti prima aveva conficcato decine di volte nel della vittima e che, più tardi, avrebbe abbandonato in un cassonetto della spazzatura prima di essere rintracciato e bloccato dalla polizia.

L’esistenza di questo filmato, reso pubblico dall’agenzia Ansa nei giorni successivi all’omicidio, ha permesso agli inquirenti di ricostruire con precisione la dinamica e ha offerto un contributo probatorio schiacciante, tanto da essere citato espressamente nell’ordinanza firmata dalla gip Smedile. La circostanza che Bonfiglio si fosse introdotto nell’abitazione forzando una finestra — un’azione che denota una premeditazione nell’aggirare l’ostacolo fisico per raggiungere la donna — è stata lui stesso ad ammetterla, confermando la versione che già emergeva dagli accertamenti tecnici svolti sul posto dalla scientifica.

Un passato di sangue e violenza: l’aggressione fotocopia del 2008 e il “regime di vita insostenibile” per Daniela

Scavare nella storia personale di Santino Bonfiglio, però, significa trovarsi di fronte a un inquietante déjà-vu che rende l’omicidio di Daniela Zinnanti non un episodio improvviso di follia, ma l’anello finale di una catena forgiata molto tempo prima. Perché il settantenne non è nuovo a episodi di violenza estrema contro le donne. Emerge dagli archivi di cronaca del 2008 un fatto che gli investigatori ora rileggono con occhi diversi: all’epoca, Bonfiglio, che aveva quarantanove anni e faceva il camionista, fu arrestato a Spadafora con l’accusa di tentato omicidio nei confronti della sua convivente.

Quella notte, come ricostruirono le cronache dell’epoca, scese in strada in mutande, picchiò la donna a calci e pugni fino a farla crollare a terra, rientrò in casa per vestirsi e ne uscì impugnando un coltello con cui la colpì al petto, ferendola anche a un braccio mentre lei tentava di difendersi. La donna, che aveva raccontato di essere scappata di casa scalza dopo averlo visto ubriaco, riportò ferite giudicate guaribili in trenta giorni. Un copia e incolla agghiacciante, se si considera che anche in quel caso, dopo l’aggressione, Bonfiglio fuggì a bordo della sua auto, chiamò l’ex moglie annunciando di voler vedere la figlia e solo l’intervento della polizia, allertata dalla donna, riuscì a bloccare la sua fuga. Un passato, quello fatto di una lunga lista di precedenti per reati contro la persona, che già di per sé delineava un profilo di pericolosità sociale che le recenti denunce di Daniela Zinnanti avrebbero dovuto rendere ancora più allarmante.

Perché Daniela, nei mesi precedenti la sua morte, aveva denunciato Bonfiglio più volte, raccontando agli inquirenti un “regime di vita insostenibile”. Le sue parole, consegnate agli atti giudiziari, dipingevano un quadro di violenza sistematica, con aggressioni a cadenza quasi mensile, tentativi di soffocamento e minacce di morte. Nell’ultimo episodio, risalente a febbraio, l’aveva ridotta in fin di vita: sette costole rotte, trauma cranico e ferite da taglio, tanto da costringerla a un ricovero in ospedale con prognosi riservata. Nonostante questo, Bonfiglio era stato posto ai domiciliari, ma il braccialetto elettronico — quel dispositivo di controllo che avrebbe potuto segnalare la sua uscita di casa la sera del 9 marzo — non era stato ancora applicato. Era in arrivo, avrebbero detto fonti qualificate, proprio in questi giorni. Un ritardo che ha reso vana qualsiasi possibilità di controllo, lasciando Daniela sola nell’appartamento di via Lombardia, in balia di un uomo che già diciassette anni prima aveva quasi ucciso un’altra donna con la stessa, identica, ferocia.

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