Daniela Zinnanti uccisa a Messina, fermato l'ex compagno Santino Bonfiglio: era ai domiciliari con il braccialetto elettronico
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’hanno trovata senza vita nella sua abitazione di via Lombardia, nel quartiere Lombardo di Messina, e il dramma che si è consumato tra quelle mura domestiche, luogo che avrebbe dovuto rappresentare un rifugio sicuro e che invece si è trasformato in una trappola mortale, presenta contorni ancora più agghiaccianti alla luce dei primi accertamenti condotti dalla polizia. Daniela Zinnanti, cinquant’anni compiuti lo scorso luglio, è stata uccisa con un numero impressionante di coltellate, una violenza inaudita che non lascia scampo e che ha spento per sempre la sua vita nella serata di ieri, martedì 10 marzo. Un delitto che, per la sua efferatezza, ha immediatamente messo in moto la macchina investigativa della questura, portando in poche ore a un fermo che sembra aver già dato un volto e un nome al presunto assassino.
Si tratta di Santino Bonfiglio, un uomo di 67 anni, legato alla vittima da una relazione sentimentale ormai terminata. Un dettaglio, quest’ultimo, che da solo basterebbe a inquadrare la natura del delitto nell’ambito di quei femminicidi che troppo spesso vedono negli ex compagni i principali carnefici, ma che nel caso specifico si carica di un significato giudiziario e sociale ancor più grave e paradossale. Bonfiglio, infatti, non era un uomo libero di girovagare per la città: al momento dell’omicidio si trovava agli arresti domiciliari, una misura cautelare che già gli era stata inflitta per reati contro la persona, e la sua posizione, o meglio i suoi movimenti, erano teoricamente monitorati da un braccialetto elettronico. Un dispositivo, quello pensato per prevenire proprio questo tipo di escalation di violenza, che avrebbe dovuto fungere da argine e che invece, in questa circostanza, non è riuscito a impedire la tragedia.
La dinamica dell'accaduto, sebbene ancora al vaglio degli inquirenti per ricostruire ogni singolo passaggio, vede nella confessione resa dall'uomo dopo essere stato interrogato un punto di svolta nelle indagini. Portato in questura e messo di fronte alle evidenze, forse anche al racconto di chi per prima si è accorta che qualcosa non andava, Bonfiglio avrebbe infatti ammesso le proprie responsabilità, un atto che ha portato al suo immediato trasferimento nel carcere di Messina Gazzi, a disposizione dell'autorità giudiziaria. Un epilogo che, per quanto rapido, non restituirà certo la vita a Daniela Zinnanti, e che ora impone una serie di interrogativi sulla capacità del sistema di proteggere le donne che hanno già denunciato o che, comunque, convivono con il pericolo rappresentato da un ex partner violento.
La scoperta del cadavere e il ruolo della figlia
A lanciare l'allarme, in quella che è una delle circostanze più dolorose in simili vicende, è stata la figlia della vittima. La ragazza, non vedendo la madre e, probabilmente, insospettita dal suo silenzio e dalla mancata risposta al telefono, si è recata nell'appartamento di via Lombardia, dove la sua peggiore preoccupazione si è trasformata in un macabro e scioccante ritrovamento. È stato quel gesto, dettato dall'affetto e dalla preoccupazione filiale, a mettere in moto la macchina dei soccorsi prima e quella giudiziaria poi, consentendo agli agenti della squadra mobile di isolare la scena del crimine e iniziare immediatamente a raccogliere gli elementi utili a stringere il cerchio attorno al colpevole.
Un arresto domiciliare e un braccialetto eluso
La posizione di Santino Bonfiglio era già ben nota alle forze dell'ordine. L'uomo, gravato da precedenti per reati contro la persona, scontava la misura cautelare degli arresti domiciliari, un regime che avrebbe dovuto limitare drasticamente la sua libertà di movimento e, di fatto, impedirgli di avvicinarsi all'ex compagna. L'aggressione mortale, consumatasi nonostante l'obbligo di rimanere in casa e nonostante l'applicazione del braccialetto elettronico, dispositivo pensato per segnalare eventuali allontanamenti, getta ora un'ombra inquietante sull'efficacia pratica di questi strumenti di prevenzione. Saranno le indagini a dover chiarire se vi siano state delle negligenze, dei malfunzionamenti tecnici, o se l'uomo sia riuscito a eludere la sorveglianza in un lasso di tempo sufficiente a compiere il delitto per poi, forse, fare ritorno al proprio domicilio, ma quel che è certo è che la misura restrittiva, nella sua funzione protettiva nei confronti di potenziali vittime, ha clamorosamente fallito il suo scopo.
La confessione e il carcere
Sottoposto a un serrato interrogatorio in questura, alla presenza del suo difensore, Bonfiglio ha infine ceduto, confessando di essere l'autore dell'omicidio. Una decisione, quella di ammettere il fatto, che ha portato al suo trasferimento in carcere, dove ora dovrà rispondere dell'accusa di omicidio volontario aggravato, con l'aggravante, quasi certamente, del rapporto sentimentale e della violazione dei domiciliari. Le decine di coltellate inferte alla donna non lasciano spazio a dubbi sulla ferocia del gesto, un'accanimento che gli investigatori dovranno ora inquadrare nel contesto di una relazione finita, ma i cui strascichi, come spesso accade, si sono rivelati letali.




