Femminicidio a Foggia, il braccialetto elettronico non ha fermato l’ex violento
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Redazione Interno
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«Ancora una morte annunciata. Sentiamo la necessità di dare parola alla nostra rabbia». È un comunicato asciutto, carico di dolore e frustrazione, quello diffuso dal centro antiviolenza “Impegno donna” di Foggia, che aveva seguito Fatima Hayat, la donna di 46 anni uccisa a coltellate nella notte del 7 agosto dall’ex compagno, Tariq Ei Mefedel. La vittima, di origini marocchine, aveva interrotto da mesi una relazione segnata da violenze, denunciando l’uomo a maggio dopo aver subito stalking e minacce. Nonostante l’applicazione del “codice rosso” – la procedura d’urgenza per i reati di maltrattamenti e persecuzione – e il divieto di avvicinamento, il sistema non è riuscito a proteggerla.
Le indagini, partite immediatamente dopo il ritrovamento del corpo in centro a Foggia, hanno portato all’arresto del sospettato a Roma. Quello che emerge, però, è l’ennesimo fallimento delle misure preventive. La vittima aveva seguito ogni passo previsto dalla legge: la denuncia, la richiesta di aiuto al Cav, l’attivazione delle tutele legali. Eppure, quando l’ex ha deciso di colpire, nessun dispositivo è bastato a fermarlo.
La rabbia delle operatrici del centro antiviolenza è palpabile. «Se non fossero necessarie, le parole…», si legge nel testo, che evita retorica ma non nasconde l’amarezza di chi, ogni giorno, si scontra con un sistema che troppo spesso arriva tardi. La formazione delle forze dell’ordine, le campagne di sensibilizzazione, perfino le norme più severe sembrano inadeguate di fronte a una violenza che, quando decide di agire, trova sempre il modo.
Quello di Foggia non è un caso isolato, ma l’ultimo anello di una catena che lega femminicidi spesso preceduti da segnali ignorati o sottovalutati. La vittima aveva fatto tutto ciò che era in suo potere: aveva lasciato l’uomo, si era affidata ai servizi competenti, aveva sporto denuncia. Ma la sua voce, come quella di troppe altre, non è stata ascoltata in tempo.




