L'intelligence Usa avverte: l'obiettivo di Putin è tutta l'Ucraina, poi i Paesi Baltici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la diplomazia internazionale, sotto la spinta dell'amministrazione Trump, esplora fragili sentieri di dialogo, i servizi di informazione americani continuano a tracciare una mappa delle ambizioni russe che non lascia spazio ad ambiguità. Secondo rapporti riservati, ai quali hanno avuto accesso sei fonti qualificate interpellate dall'agenzia Reuters, il presidente russo Vladimir Putin non avrebbe affatto accantonato il proposito originario di sottomettere l'intera Ucraina, considerandolo solo una tappa di un disegno strategico più ampio. Un disegno che, stando alle analisi degli analisti, mirerebbe in seguito a rivendicare porzioni di territorio europeo un tempo sotto il controllo sovietico, con una particolare attenzione verso gli Stati Baltici, oggi membri della Nato. Questa valutazione, che circola con insistenza negli ambienti specializzati, si pone in netto, stridente contrasto con il quadro ottimista delineato pubblicamente dal presidente americano Donald Trump e dai suoi emissari per i contatti con Mosca, i quali sostengono invece che il Cremlino sarebbe intenzionato a cercare una rapida cessazione delle ostilità.

La frattura tra Casa Bianca e gli 007

La discrepanza fra le due versioni non è di quelle che si possano facilmente ricondurre a una divergenza di prospettive; essa rappresenta piuttosto una vera e propria frattura nella percezione della minaccia. Da un lato, infatti, la linea politica della presidenza Trump sembra orientata a privilegiare una chiusura negoziata del conflitto, affidata a figure di fiducia come Steve Witkoff e Jared Kushner. Dall'altro, gli apparati di intelligence, i cui warning risuonano inascoltati o almeno non pienamente recepiti, dipingono un orizzonte completamente diverso, dove la ritirata non è contemplata nell'agenda di Putin. Quest'ultimo, anzi, perseguirebbe con determinazione il suo progetto imperialista, alimentando un conflitto che, dopo quasi quattro anni, continua a produrre lutti e distruzione senza mostrare, sul campo, segni di un reale ripiegamento.

Le smentite e il silenzio di Mosca

La pubblicazione del report di Reuters, avvenuta il 19 dicembre scorso, ha immediatamente sollevato un vespaio di reazioni e smentite. Tra queste, particolarmente netta è stata quella dell'ex deputata Tulsi Gabbard, la quale ha contestato pubblicamente la fondatezza delle valutazioni sull'espansionismo russo in Europa. Dal canto suo, Mosca mantiene un profilo ambiguo, negando attraverso il suo consigliere Yuri Ushakov l'esistenza di concrete trattative per un vertice trilaterale con Stati Uniti e Ucraina, come invece aveva lasciato intendere in precedenza il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Una posizione, quella del Cremlino, che alimenta ulteriori interrogativi sulle reali intenzioni negoziali del governo russo, il quale, stando alle fonti d'intelligence, utilizzerebbe il dialogo come mera tattica dilatoria.

Lo stallo militare e le ombre della storia

Il conflitto sul terreno, del resto, vive una fase di logorante stasi, punteggiata da offensive localizzate e bombardamenti che fanno retrocedere la prospettiva di una pace stabile. In questo quadro, l'allarme lanciato dagli 007 americani riguardo a mire russe sui Paesi Baltici riapre pagine della storia che l'Europa credeva archiviate con la fine della Guerra Fredda. Il riferimento a territori che un tempo appartenevano alla sfera sovietica non è un dettaglio casuale, ma il riflesso di una narrazione storica cara alla leadership di Mosca, utilizzata per giustificare pretese egemoniche. Una situazione che, se confermata, proietta ombre lunghe sulla sicurezza collettiva del continente, chiamando in causa gli stessi meccanismi di difesa dell'Alleanza Atlantica, la cui solidità verrebbe messa a dura prova da un eventuale, futuro attacco a uno dei suoi membri.

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