Perché Putin non attacca i Paesi baltici
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Redazione Esteri
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Il Mar Baltico, che Oliver Moody nel suo recente saggio definisce una polveriera contesa al centro del nostro futuro, rappresenta uno dei teatri più delicati dello scontro tra Mosca e l’Occidente. I suoi abitanti, stando alle analisi del corrispondente del Times, vivono ormai con la percezione che un eventuale attacco russo non sia una remota eventualità, bensì una questione di tempo, dopo quanto accaduto in Ucraina. Tuttavia, la dinamica strategica che interessa questa regione, la quale annovera almeno sei zone rosse dove un incidente potrebbe innescare una reazione a catena, appare più complessa di un semplice schema offensivo.
La strategia di Mosca oltre l'invasione
L’attenzione di Mosca sembra infatti concentrarsi su obiettivi tattici ben precisi, che vanno al di là di un’invasione su larga scala dei territori baltici. La presenza della regione di Kaliningrad, un’enclave russa fortemente militarizzata e dotata di capacità nucleari, unita al controllo sull’alleata Bielorussia, fornisce a Putin una piattaforma di pressione continua e un formidabile strumento di deterrenza. È attraverso questa lente che si devono osservare le manovre e le postazioni lungo il confine con la Polonia, dove Varsavia, divenuta il pilastro orientale della Nato, ha dislocato sistemi Patriot e rafforzato i propri contingenti.
Una vulnerabilità geografica e strategica
La vulnerabilità dei Paesi baltici, pertanto, non risiede necessariamente in un piano d’invasione convenzionale, quanto piuttosto nella loro posizione geografica, che li rende potenziali ostaggi di una escalation calibrata. L’instabilità politica, che in altre aree come la Transnistria moldava o le tensioni nei Balcani assume contorni più definiti, qui si mescola a una storia di dominazioni che rende la sicurezza collettiva un principio non negoziabile. Sono molti, in quelle terre, coloro che si dicono pronti a battersi per ogni centimetro del proprio territorio.
La minaccia dell'incidente e della provocazione
La vera minaccia, in un contesto del genere, potrebbe dunque materializzarsi non con carri armati in marcia, ma attraverso un calcolo sbagliato o una provocazione ai confini, magari partendo proprio dalla frontiera bielorussa dove Minsk, avamposto di Mosca, ha già utilizzato i migranti come arma ibrida. Un drone abbattuto per errore o uno sconfinamento aereo rappresentano i tipici casus belli che, in un ambiente saturo di forze militari e tensione, potrebbero trascinare tutti in un conflitto che nessuno, forse, vuole veramente iniziare con un atto deliberato.




