Gaza, l'accordo è vicino ma Israele pone il veto su Barghouti e Saadat

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Secondo quanto riferito da fonti vicine ai negoziati, e riportato dalla Cnn, la trattativa per una tregua a Gaza potrebbe concludersi positivamente nel giro di quarantotto ore, un lasso di tempo che, sebbene breve, appare un’eternità per chi, nel frattempo, continua a subire il fragore assordante dei bombardamenti. L’ottimismo, peraltro, non è confinato alle sole stanze dei colloqui, ma trova eco anche nelle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale, nel corso di un incontro, ha affermato di ritenere “molto buoni” i progressi e di essere intenzionato a recarsi personalmente in Medio Oriente già nel prossimo fine settimana. Una mossa, la sua, che sottolinea l’importanza strategica attribuita alla faccenda. Hamas, dal canto suo, avrebbe fornito, secondo quanto dichiarato da funzionari israeliani a Channel 12, delle prove concrete riguardanti la sopravvivenza di circa venti ostaggi, un elemento non secondario che potrebbe aver influito sul clima delle discussioni.

I nodi politici e i veti incrociati

La possibile intesa, tuttavia, non è priva di ostacoli di natura squisitamente politica, tra i quali spicca la ferma opposizione di Israele alla scarcerazione di due detenuti palestinesi di alto profilo, Marwan Barghouti e Ahmad Saadat. La loro liberazione, infatti, rappresenta una delle richieste cardine avanzate da Hamas, ma il governo israeliano vi ha posto un veto categorico, temendo che il loro ritorno in circolazione possa infiammare ulteriormente un quadro già di per sé estremamente teso. Questo punto costituisce uno degli scogli principali su cui si gioca l’esito dell’intera mediazione, poiché tocca nervi scoperti e sensibilità profonde di entrambe le parti, ciascuna delle quali deve valutare il rapporto tra un guadagno immediato e le conseguenze a lungo termine.

Una tregua che salva le apparenze

L’analisi di Stefano Stefanini, senior advisor di Ispi ed ex ambasciatore presso la Nato, aggiunge un ulterchio strato di comprensione a una dinamica che egli stesso non esita a definire “straordinaria”. Egli osserva come, nonostante le enormi difficoltà, si sia comunque riusciti a far sedere al tavolo delle trattative due contendenti storicamente avversi. La sua valutazione, da esperto di relazioni internazionali, suggerisce che un eventuale accordo, per quanto imperfetto, permetterebbe a Hamas di “salvare la pelle e la faccia”, ottenendo uno spazio di respiro dopo mesi di conflitto, mentre per la popolazione stremata significherebbe il primo, tangibile segnale di una possibile de-escalation.

La cruda realtà sul campo

Mentre i diplomatici trattano e i leader annunciano viaggi, la vita quotidiana a Gaza prosegue nel suo drammatico crescendo di distruzione e paura. Le parole di padre Romanelli, parroco della Striscia, dipingono un quadro desolante di bombardamenti continui che non danno tregua, un rumore di fondo che scandisce ogni singolo giorno e ogni notte. Egli, tuttavia, pur nella consapevolezza della tragedia che si consuma sotto i suoi occhi, insiste nel mantenere viva la fiamma della speranza, aggrappandosi all’idea che la tregua, ormai così vicina sulla carta, possa finalmente tradursi in un silenzio concreto e duraturo.

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