Israele libera 250 detenuti palestinesi, ma Barghouti resta in carcere
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Redazione Esteri
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Cominciano a definirsi, con una concretezza che fino a pochi giorni fa sembrava un'utopia, i primi risvolti operativi del piano, elaborato sotto la regia statunitense, che punta a porre fine al conflitto a Gaza. Il ministero della Giustizia israeliano ha reso nota la lista completa dei duecentocinquanta detenuti palestinesi – ciascuno dei quali condannato all'ergastolo o a pene detentive di lunga durata – il cui rilascio è previsto dalla prima fase dell'accordo. Una misura, questa, che il governo israeliano ha approvato introducendo una modifica all'ultimo minuto, la quale si inserisce in uno scambio più ampio: la liberazione di venti ostaggi in vita, trattenuti a Gaza, per la quale Israele, da parte sua, non solo rimanderà a Gaza millesettecento detenuti arrestati in seguito agli eventi del 7 ottobre – tra i quali figurano ventidue minorenni non coinvolti nel massacro – ma provvederà anche al trasferimento nella Striscia dei corpi di trecentosessanta militanti.
I nomi sulla lista e le assenze illustri
La pubblicazione della lista, un atto dovuto che segue iter giudiziari complessi, offre uno spaccato significativo della composizione del gruppo di prigionieri che otterrà la libertà. Tra di essi, per esempio, compare Nasser Abu Srour, scrittore e detenuto palestinese di Betlemme, il quale, nonostante si sia sempre professato innocente, sta scontando l'ergastolo per l'accusa di concorso nell'omicidio di un ufficiale dei servizi segreti israeliani, avvenuto nel 1993; in una sua opera, come egli stesso ha scritto, augurava ai suoi lettori "una lettura scomoda", in tempi che definiva "di magra". Tuttavia, l'attenzione degli osservatori si è concentrata soprattutto su un nome che, al contrario, è rimasto escluso dall'elenco: quello di Marwan Barghouti, figura di spicco di Fatah, condannato a cinque ergastoli nel maggio del 2004 per il suo coinvolgimento in una serie di omicidi, tra i quali quelli di quattro israeliani e di un monaco greco-ortodosso.
Il caso emblematico di Barghouti
Barghouti, che i palestinesi chiamano "Napoleone" per la sua statura non alta e le grandi ambizioni politiche, è rimasto dunque ancora una volta fuori da un possibile scambio. La sua immagine, resa pubblica in modo da apparire umiliante per volere del ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – esponente di un oltranzismo nazionalista – lo ritrae smagrito e con la barba rada, apparendo quasi più piccolo del normale. La sua esclusione, assieme a quella di altri undici esponenti di Fatah, segnala i limiti politici e negoziali entro i quali si muove l'attuale esecutivo israeliano, il quale, pur accettando un accordo di portata storica, opera delle scelte precise su chi possa o meno essere liberato.
La struttura dello scambio e i suoi contenuti
L'intera operazione, che si sviluppa secondo un meccanismo di reciprocità, vede dunque da un lato la scarcerazione di duecentocinquanta palestinesi selezionati – molti dei quali condannati per reati connessi al terrorismo e a omicidi – e il loro ritorno a Gaza, mentre dall'altro prevede la restituzione di un gruppo di venti ostaggi in condizioni di vita. A questi elementi principali se ne aggiungono altri, di carattere differente ma ugualmente significativo, come il rimpatrio di un numero elevatissimo di detenuti arrestati dopo l'inizio delle ostilità e la restituzione delle salme di centinaia di militanti, aspetti che contribuiscono a dare all'accordo una complessità che va ben al di là di un semplice scambio di persone.




