Carney a Davos: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù". Fischi per il segretario Usa
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Redazione Esteri
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L'atmosfera non era quella consueta, fatta di diplomatici convenevoli e di incontri discreti nei corridoi. Il World Economic Forum di Davos ha vissuto una serata di netta frattura, durante la quale si sono delineati schieramenti e malumori in modo plateale. Al centro della scena, Mark Carney, il premier canadese, il cui intervento è stato accolto da una standing ovation prolungata da parte di una platea di leader e capitani d'industria. Poche ore dopo, nel corso di una cena organizzata da Blackrock, un evento parallelo ha confermato la tensione: il segretario al Commercio statunitense Lutnick è stato fatto oggetto di fischi da parte di alcuni partecipanti, un episodio di aperta disapprovazione che ha spinto la presidente della Banca Centrale Europea, presente all'evento, ad alzarsi e ad andarsene prima del previsto. Due momenti, uno di consenso e uno di contestazione, che hanno reso tangibile la profonda divisione attraversata dall'Occidente.
Il discorso che segna una linea
Il premier canadese, partendo da un'analisi sul mantenimento del potere in certi regimi, ha dipinto un quadro senza illusioni. Ha osservato come certi sistemi, per perpetuarsi, non facciano ricorso alla sola forza ma anche, e forse soprattutto, alla partecipazione forzata delle persone a rituali pubblici che in privato sono riconosciuti come falsi. Una "comoda finzione", l'ha definita, che ora è giunta al capolinea. "L'ordine mondiale è finito", ha affermato senza mezzi termini Carney, dichiarando che ciò che ci attende non è una fase di transizione ma l'inizio di una "realtà brutale". La sua tesi, che ha conquistato molti tra i presenti, si è concentrata sul destino delle cosiddette potenze medie, nazioni come il Canada, che rischiano di essere schiacciate dall'egemonia delle superpotenze in un mondo sempre più polarizzato.
L'appello all'unità delle potenze medie
Il cuore della proposta di Carney è stato un appello stringente all'azione collettiva. "Le potenze medie devono agire insieme – ha sostenuto – perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù". Secondo la sua analisi, le grandi potenze possono ancora permettersi di agire in solitaria, contando sulla vastità dei loro mercati, sulla potenza militare e sulla capacità di dettare le condizioni degli scambi. Per gli altri Stati, invece, la strada dei negoziati bilaterali con un attore egemone è destinata alla debolezza. "Accettiamo ciò che viene offerto", ha spiegato, aggiungendo che in questa situazione si finisce per competere tra di loro per rendersi "i più accomodanti". La sua soluzione passa per una cooperazione rafforzata, un'alleanza strutturata che permetta di costruire, insieme, "qualcosa di migliore" e di negoziare da una posizione di forza comune, l'unica in grado di contrastare quella che ha definito "l'aggressività delle superpotenze".
Le reazioni e il clima di Davos
L'intervento di Carney, applaudito e discusso a lungo, ha immediatamente trovato un'eco nel dibattito del forum, proponendosi come una sorta di manifesto per tutti coloro che guardano con apprensione alle politiche unilaterali. La standing ovation ricevuta è stata interpretata come un segnale di adesione a questa visione multilateralista. L'episodio dei fischi rivolti al segretario al Commercio degli Stati Uniti Lutnick, sebbene circoscritto, appare come il contraltare di quel consenso, un sintomo di un malessere più diffuso verso scelte che vengono percepite come disruptive. Il gesto di Lagarde, che ha lasciato la cena, ha ulteriormente accentuato la percezione di una serata carica di significati politici, ben al di là dei protocolli formali. Questi accadimenti, nel loro insieme, delimitano i contorni di un confronto sempre più aspro sulle strategie da adottare in un panorama globale radicalmente mutato.




