Trump revoca l'invito al premier canadese Carney, dopo il discorso di Davos contro "America First"
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Redazione Economia
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La frattura tra Washington e Ottawa si è materializzata in una decisione secca, con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha ritirato l’invito rivolto al primo ministro canadese Mark Carney a far parte del cosiddetto "Board of Peace". L’organismo, concepito inizialmente per monitorare un eventuale accordo tra Israele e Hamas, aveva progressivamente allargato i propri confini d’azione nelle intenzioni della Casa Bianca, configurandosi come un forum di discussione su scenari geopolitici caldi. La revoca, che giunge a poca distanza dalla chiusura del World Economic Forum in Svizzera, rappresenta una risposta diretta al contenuto del discorso tenuto da Carney nella località alpina, dove il leader canadese ha esortato le medie potenze a unirsi per contrastare quella dottrina "America First" che, a suo avviso, mina alle fondamenta l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
Le accuse di Davos e la reazione di Washington
Durante il suo intervento al Forum, Carney ha denunciato con toni aspri quella che ha definito l’ipocrisia occidentale nel rispetto del diritto internazionale, paragonandola alla finzione del fruttivendolo di Vaclav Havel che, nella Praga comunista, esponeva il cartello con la scritta “Proletari di tutto il mondo unitevi” pur non credendoci, per mero calcolo opportunistico. Un parallelismo che, se da un lato ha colto nel segno nel descrivere certi automatismi diplomatici, dall’altro è apparso alla presidenza Trump come un attacco frontale e strumentale. La retorica di Carney, accusata di essere "truffaldina" da alcuni osservatori, sembrerebbe infatti nascondere, secondo questa lettura, non una reale adesione a un fronte multipolare, bensì l’antica pratica del "doppio binario", volta a criticare pubblicamente l’alleato storico per avvicinarsi alla Cina e ottenere così margine di trattativa più vantaggiosi negli affari con gli Stati Uniti.
Il contesto internazionale e il ruolo della Cina
Proprio la Cina, del resto, nel corso della stessa settimana di Davos si è proposta come "ancora stabilizzatrice" in uno scenario globale che il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito segnato da una "crescente frammentazione". Una dichiarazione che delinea le ambizioni di Pechino di porsi come attore equilibratore, in netto contrasto con la visione unilaterale avanzata da Washington. In questo clima di ridefinizione degli equilibri, i colloqui per la pace in Ucraina hanno registrato, secondo le parole dell’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, "molti progressi", essendosi ridotti a una "questione unica" tra le parti in conflitto. Sviluppi che, però, rimangono sullo sfondo rispetto alla crisi diplomatica aperta tra Stati Uniti e Canada, la quale sembra privilegiare una logica di schieramenti netti.
Le implicazioni della scelta di Trump
La mossa di Trump, che esclude Ottawa da un organismo chiave nelle sue strategie di politica estera, non è dunque un semplice incidente di percorso, bensì un segnale chiarissimo sulla volontà di punire pubblicamente gli alleati che deviano dalla linea. Il "Board of Peace", nelle ambizioni del presidente, dovrebbe infatti evolversi in una sorta di organizzazione parallela alle Nazioni Unite, dove la presenza di figure come il presidente russo Vladimir Putin è considerata fondamentale, a differenza di quella di un premier critico come Carney. L’episodio, che segue di poco la rielezione di Trump, sottolinea come l’approccio transazionale e la supremazia degli interessi nazionali dichiarati rimarranno i pilastri dell’azione americana, lasciando poco spazio a mediazioni o a critiche, per quanto velate da citazioni colte.




