Trump revoca l'invito a Carney, il consiglio di pace si restringe attorno a Washington e Pechino
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Redazione Esteri
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La pax americana voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si vorrebbe costruire attorno al suo Board of Peace, procede eliminando i dissenzienti, come dimostra la brusca esclusione del primo ministro canadese Mark Carney dall'organismo. La mossa, decisa dopo il discorso tenuto da Carney al World Economic Forum di Davos, rappresenta una risposta diretta all'appello lanciato dal leader canadese ai Paesi di media statura affinché contrastino, unendo le forze, la dottrina "America First" e il conseguente smantellamento dell'architettura multilaterale del secondo dopoguerra. Trump, parlando dal palco di Davos, aveva già ammonito pubblicamente Carney, ricordandogli, con toni che non ammettevano repliche, quanto il Canada dipenda dagli Stati Uniti e dovrebbe quindi mostrare gratitudine, piuttosto che avanzare critiche considerate inopportune.
La reazione cinese e il nuovo contesto geopolitico
In questo quadro di crescente frammentazione, dove gli schieramenti si ridisegnano secondo logiche di puro interesse nazionale, la Cina ha colto l'occasione del forum svizzero per presentarsi come "ancora stabilizzatrice" a livello globale. La valutazione, espressa con chiarezza dal portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, giunge al termine di una settimana di dibattiti intensi sui temi della sicurezza, del commercio e della governance, indicando come Pechino intenda proporsi come punto di riferimento alternativo in uno scenario internazionale sempre più polarizzato. La proposta stabilizzatrice cinese, peraltro, sembra trovare un terreno parzialmente fertile proprio nelle iniziative unilaterali di Washington, che spingono alcuni attori tradizionalmente allineati a riconsiderare le proprie alleanze.
I progressi sul dossier ucraino e la questione russa
Mentre la composizione del Board of Peace subisce variazioni dettate dalle divergenze politiche, uno dei teatri di crisi che l'organismo dovrebbe gestire, quello ucraino, registrerebbe invece sviluppi positivi. L'inviato speciale statunitense Steve Witkoff, in un evento a margine del WEF, ha affermato che i negoziati per porre fine al conflitto hanno compiuto "molti progressi", riducendosi ormai a una questione sostanzialmente unica su cui Kiev e Mosca devono trovare un'intesa. La dichiarazione, ottimistica nella forma, non specifica la natura dell'ostacolo residuo, lasciando intendere che la soluzione dipenda ora esclusivamente dalla volontà delle due parti in causa. La possibile inclusione della Russia in un contesto negoziale più ampio rimane un elemento di frizione, come dimostra l'esclusione del Canada, contrario a certe aperture.
Le implicazioni di una diplomazia a geometria variabile
L'episodio che ha coinvolto il premier canadese delinea, al di là delle contingenze, un modello di diplomazia selettiva e condizionata, dove la partecipazione a organismi sovranazionali viene concessa o negata in base all'allineamento immediato con le posizioni di Washington. La revoca dell'invito a Carney, infatti, non segue a un fallimento negoziale o a una crisi internazionale, ma alla mera espressione di un punto di vista divergente in un forum pubblico, trattandosi di una reazione al discorso di Davos in cui il leader aveva parlato di "realtà brutale" e di fine di un'epoca. Questa prassi, che trasforma gli strumenti di cooperazione in leve di pressione politica, accelera quella transizione verso un ordine, o disordine, basato su rapporti di forza diretti che molti osservatori paventavano.




