Mark Carney a Davos frena l'onda Trump, tra ovazioni e fischi
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Redazione Esteri
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Non era nell'aria il solito, cauto linguaggio diplomatico. Il tono usato da Mark Carney, primo ministro del Canada, nel suo intervento al World Economic Forum ha invece segnato, secondo l'interpretazione condivisa da molti tra i delegati presenti, un netto spartiacque nel dibattito sulla politica internazionale. Il premier canadese, che ha ricevuto una standing ovation al termine della sua prolusione, ha delineato senza mezzi termini quella che ha definito una "frattura" nell'ordine mondiale, dichiarandone la fine e l'inizio di una "realtà brutale". Un passaggio, quest'ultimo, che ha trovato un riscontro anche nelle dinamiche stesse del forum, dove – in un clima generale percepito come teso – il segretario al Commercio americano Lutnick è stato fischiato durante una cena organizzata da Blackrock, episodio che ha portato la presidente della Bce Christine Lagarde ad alzarsi e ad andarsene.
La fine di una "comoda finzione" e la chiamata alle medie potenze
L'analisi di Carney, parte da una riflessione sul mantenimento del potere nei sistemi autoritari, i quali – ha osservato – non si reggono solo sulla coercizione ma anche sulla "partecipazione delle persone comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi". È proprio questa, per il leader canadese, la "comoda finzione" che ora è terminata, lasciando il posto a un'epoca di competizione strategica aperta. In questo quadro, la proposta avanzata è chiara e costituisce il cuore del suo messaggio: le cosiddette potenze medie, quelle che non possiedono la massa economica, militare o politica per affrontare da sole le superpotenze, devono unire le forze. "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù", ha affermato Carney, con una metafora divenuta immediatamente il fulcro del discorso. La logica che ne consegue è stringente: negoziare bilateralmente con un'egemonia significa farlo da una posizione di debolezza, accettando condizioni imposte e competendo tra loro per apparire i più accomodanti.
Un appello all'azione collettiva in un contesto di rottura
L'applauso liberatorio che ne è seguito non è stato dunque un mero gesto di circostanza, ma ha rappresentato l'adesione di una parte significativa dell'uditorio a una visione che cerca di organizzare una risposta corale alla crescente "aggressività delle superpotenze". L'intervento non si è limitato a una diagnosi della crisi, ma ha voluto indicare una strada per costruire "qualcosa di migliore". Carney ha insistito sul fatto che il momento presente non va inteso come una transizione, bensì come una rottura vera e propria, un cambiamento d'epoca che richiede scelte altrettanto nette. La cooperazione tra le nazioni che si riconoscono in questo spazio intermedio diventa, in tale prospettiva, l'unico strumento per non subire passivamente le dinamiche dettate dai colossi geopolitici e per tentare di plasmare nuove regole condivise.
Il contrappunto dell'incidente a Lagarde e il nuovo scenario
La reazione negativa riservata poco dopo al segretario al Commercio degli Stati Uniti, mentre Donald Trump insedia la sua nuova amministrazione a Washington, ha fornito un contrappunto concreto al clima descritto dal premier canadese. Quell'episodio, sebbene circoscritto, ha reso palpabile la tensione che corre tra alcune istanze della vecchia governance economica globale e le posizioni dell'attuale presidenza americana. In questo senso, il discorso di Carney è apparso anche come un tentativo di dare una cornice e una direzione politica a un sentimento di disagio e di incertezza che percorre molti dei tradizionali attori del multilateralismo. La sua chiamata all'unità punta a creare un nuovo polo di aggregazione, una sorta di alleanza tattica tra quelle nazioni che, pur non essendo superpotenze, dispongono di peso economico e influenza sufficienti per non voler essere semplici pedine in un gioco deciso altrove.




