Tesla, tra annunci e attese: la nuova Roadster è un mistero che si infittisce

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La febbre per l'arrivo di nuovi modelli Tesla, che si dà ormai per scontato saranno svelati entro la fine dell'anno, contagia gli appassionati e gli osservatori, nonostante le dichiarazioni, come quelle di Robyn Denholm, presidente del consiglio di amministrazione, rimangano volutamente vaghe e si limitino a confermare che "stiamo per presentare altri veicoli". Oltre alle parole, però, cominciano a circolare indizi concreti che, provenienti dal quartier generale di Austin, suggeriscono un reale fermento per un rinnovamento della gamma, un tentativo di cambiare rotta dopo un periodo di stasi, sebbene permangano legittimi dubbi sulla reale portata di queste mosse e sulla loro tempistica.

Un prototipo annunciato, un'auto ancora invisibile

Era il lontano 2017 quando Elon Musk presentò al mondo la Tesla Roadster, promettendo che quell'auto avrebbe incarnato il meglio della tecnologia sviluppata dall'azienda e fissando, con un ottimismo che il tempo ha smentito, la sua commercializzazione per il 2020. Da allora, una lunga serie di rinvii, giustificati dalla necessità di concentrare risorse e sforzi su progetti considerati più urgenti e strategici per la sopravvivenza dell'azienda, ha di fatto rinviato sine die il sogno della supercar elettrica. Oggi, mentre ci avviciniamo alla fine del 2025, di quella vettura restano soltanto le promesse, seppur ripetute con enfasi dallo stesso Musk, che continua a descrivere la futura presentazione con aggettivi altisonanti, mentre della vettura non si vede ancora l'ombra.

La caparra e il cliente illustre che aspetta da sette anni

In questo contesto di attesa infinita, si inserisce la vicenda personale di Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, il quale, in un giorno preciso dell'ormai lontano luglio 2018, decise di acquistare a scatola chiusa una Roadster di seconda generazione, versando una sostanziosa caparra confirmatoria di quarantacinquemila dollari. Quell'investimento, che oggi varrebbe considerevolmente di più se si considera il solo tasso d'inflazione, si è trasformato in un'attesa durata sette anni, un finanziamento a fondo perduto per un prodotto che non ha mai visto la luce. La sua esperienza, che è diventata pubblica, getta una luce cruda sulle conseguenze di questi continui slittamenti, mostrando come dietro le promesse marketing ci siano anche impegni finanziari reali e clienti in attesa.

Il tentativo di recesso e un vicolo cieco burocratico

La pazienza di Altman, a quanto pare, si è esaurita, spingendolo a voler recedere dall'accordo e a richiedere indietro l'intera somma versata, che tra caparra e altri anticipi ammonterebbe a cinquantamila dollari. Il tentativo, però, si è infranto contro un muro burocratico: la procedura per ottenere il rimborso, stando a quanto riportato, non riesce a concludersi, forse perché il canale di comunicazione originario, come una vecchia mail dedicata, non esiste più o non è più attivo. Questo dettaglio, apparentemente minore, delinea una situazione di stallo in cui un cliente, peraltro di alto profilo, si trova imprigionato in un accordo commerciale per un bene inesistente, senza avere a disposizione una via d'uscita chiara e praticabile.

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