L'addio a Giorgio Rumignani, il "mago di provincia" che amava le missioni impossibili

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se ne è andato, all’età di 86 anni, piegato da una malattia, uno degli ultimi maestri di un calcio ormai scomparso. Giorgio Rumignani, scomparso nella sua casa di Lignano Sabbiadoro, era una di quelle figure, oggi quasi mitologiche, che hanno popolato i campi di Serie B e C tra gli anni Ottanta e Novanta, un artigiano della panchina che faceva dell’eccellenza, spesso silenziosa, una consuetudine. La sua carriera, costellata di incarichi brevi e missioni di salvezza, lo ha reso un esponente emblematico di quella categoria di tecnici “prendi-e-vai”, chiamati a risolvere problemi urgenti, a navigare mari mossi con pragmatismo e una profonda conoscenza del gioco, quello sbrigativamente etichettato come “pane e salame” ma che, nei suoi principi fondamentali, conteneva già il seme del futuro.

Il legame indissolubile con la Samb

Per San Benedetto del Tronto e per la Samb, il suo nome resta legato a un capitolo glorioso, scritto non solo in panchina ma anche in campo. Da calciatore, infatti, vestì la maglia rossoblù per due stagioni in Serie B, totalizzando 53 presenze e quattro reti, diventando parte di una squadra che seppe ben figurare. Ma è da allenatore che Rumignani consegnò alla storia del club un trofeo indimenticabile: fu lui, nel 1994, a guidare la squadra alla vittoria della Coppa Italia di Serie C, un successo che, ancora oggi, viene ricordato come un punto di riferimento assoluto per una città e per una tifoseria che oggi lo piange come un padre. Quel trionfo non fu un episodio isolato, bensì il frutto di una capacità, tipica del suo mestiere, di forgiare un gruppo coeso, improntato a valori come la lealtà e la serietà, che andavano ben oltre il semplice risultato sportivo.

Le peregrinazioni di un artigiano della panchina

La sua parabola di tecnico, come accadeva a molti dei suoi colleghi dell’epoca, fu un continuo peregrinare tra salvezze miracolose e partenze anticipate. Dopo l’esperienza al Piacenza nella stagione 1989-90, il suo ritorno in Serie C con l’Andria nel 1993 fu un’operazione condotta senza clamori, ma con la consueta determinazione. Il calcio di provincia, quello vero, si nutriva di figure come le sue: uomini che sapevano interpretare le dinamiche di uno spogliatoio, che conoscevano i limiti e le potenzialità di un campionato spesso impietoso, e che accettavano la precarietà come una condizione inevitabile, “perché così gira il mondo”. Il loro compito, spesso, era quello di accendere una scintilla in situazioni complicate, per poi cedere il testimone ad altri, magari più celebrati, che ne avrebbero raccolto i frutti.

L’eredità di un uomo di sport

La sua scomparsa lascia un vuoto in quel pezzo di storia calcistica italiana che ha caratterizzato, tra gli altri, anche il calcio abruzzese, dove portò la sua esperienza. Ovunque sia passato, Rumignani ha cercato di trasmettere un’idea precisa di sport, fatta di impegno collettivo e di rigore, valori che considerava imprescindibili. Non un semplice tattico, quindi, ma un educatore, un uomo che nelle settimane di lavoro con i suoi calciatori cercava di costruire qualcosa di solido, pur nella provvisorietà dell’incarico. La sua figura rimane come quella di un saggio navigatore di un calcio meno luminoso ma autentico, un “mago di provincia” che, con la penna rossa e blu delle sue schede, scriveva pagine di normalità eroica, lasciando un segno profondo in chi ha avuto la fortuna di incrociarne il percorso.

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