Addio a Giorgio Rumignani, il "mago di provincia" che fece grande la Samb

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notizia della scomparsa, giunta nella notte tra sabato e domenica dalla sua casa di Lignano Sabbiadoro, ha riportato alla memoria, con un moto di sincera commozione, la figura di uno degli ultimi maestri di un calcio ormai lontano. Giorgio Rumignani, spentosi all’età di 86 anni dopo un periodo di malattia, è stato molto più di un semplice tecnico di professione; è stato, per dirla con le parole di chi lo ha conosciuto, un vero e proprio “padre” per i calciatori che ha allenato, un uomo che ha sempre cercato di trasmettere, in ogni panchina toccata, valori come la lealtà, il senso del gruppo e una ferrea serietà. La sua storia, del resto, si intreccia in modo profondo con quella di San Benedetto del Tronto e della sua squadra, la Samb, a cui il suo nome resta indelebilmente legato, sia per un passato da calciatore – con due stagioni in Serie B, 53 presenze e quattro reti all’inizio degli anni Sessanta – sia, soprattutto, per un legame divenuto leggenda.

Il trionfo nella Coppa Italia e l'impronta lasciata

Quella leggenda, che ancora oggi viene raccontata, ha il sapore di un'impresa storica e il volto di una Coppa Italia sollevata al cielo. Fu proprio sotto la sua guida, infatti, che la formazione rossoblu conquistò il trofeo nazionale, un traguardo che proiettò la Samb e l’intera città in una dimensione inedita, regalando una di quelle gioie collettive che segnano per sempre l’identità di un luogo. Un successo che non fu un caso isolato, bensì il frutto di una conoscenza profonda del gioco, di quell’“eccellenza fatta consuetudine” che caratterizzava una certa categoria di allenatori, spesso definiti, con un'espressione che ne racchiudeva il destino, “prendi-e-vai”. Artigiani del pallone, capaci di navigare con saggezza i mari mossi dei campionati di Serie B e C, dove la precarietà era la regola e le squadre venivano spesso ereditate in situazioni di difficoltà.

L'arte del "mago" nei campionati cadetti

Proprio in quel mondo, fatto di campi periferici e di un calcio sbrigativamente etichettato come “pane e salame” ma che in realtà custodiva principi fondamentali, Rumignani costruì la sua reputazione di “uomo delle missioni impossibili”. Un tecnico che, come accadde ad esempio con il Piacenza nella stagione 1989-’90 in Serie C, o in seguito con l’Andria nel 1993, veniva chiamato a risolvere problemi, a tirare fuori squadre dalle sabbie mobili della classifica, incarnando alla lettera quello slogan – “Mi chiamano e risolvo i problemi” – che sembrava coniato per lui e per i pochi altri come lui. Erano i “maghi di provincia”, figure centrali in un’epoca – soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta – in cui il mestiere dell’allenatore si mescolava a quello del navigatore e del motivatore, e dove il successo non sempre passava dalle pagine dei giornali nazionali, ma dalle soddisfazioni concrete lasciate in ogni città.

Un ricordo che va oltre i risultati

Oggi, a pesare non sono soltanto i risultati consegnati agli almanacchi, sebbene di primo piano, ma l’impronta umana e tecnica che Rumignani ha saputo lasciare ovunque sia passato. La sua scomparsa, come sottolineato da chi lo ha ricordato in queste ore, segna la fine di un pezzo di storia calcistica, non solo per San Benedetto del Tronto o per l’Abruzzo – dove lasciò un segno duraturo – ma per tutto quel calcio italiano di provincia che fu fucina di idee e di personaggi autentici. Uomini che, pur senza la luce dei riflettori più abbaglianti, hanno contribuito a tenere accesa la scintilla di un gioco fatto di passione e conoscenza, gettando forse, senza nemmeno saperlo, le basi per un futuro che altri, più celebrati, avrebbero poi portato avanti. La sua bandiera rossoblu, ora, sventola nel ricordo.

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