Addio a Osvaldo Bagnoli, il “mago della Bovisa” che portò lo scudetto a Verona
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Redazione Sport
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Se n'è andato a 91 anni, all'ospedale Borgo Roma di Verona, Osvaldo Bagnoli. Il nome di questo ex centrocampista, milanese di nascita e cresciuto nella Bovisa, resterà per sempre legato a una delle pagine più belle e irripetibili del calcio italiano: quello scudetto vinto dall'Hellas Verona nella stagione 1984-85. Un'impresa che ancora oggi rappresenta il simbolo di come organizzazione, idee e spirito di squadra possano prevalere sul potere economico delle grandi del calcio.
La notizia della sua scomparsa, avvenuta il 16 luglio, ha colpito profondamente il mondo dello sport e in particolare una città che in lui aveva trovato il condottiero della più grande impresa della propria storia calcistica.
Il capolavoro a Verona e la filosofia “el terzin fa el terzin”
Bagnoli arrivò a Verona nel 1981, ereditando una squadra che l'anno prima si era salvata per il rotto della cuffia dalla retrocessione in terza serie. In quattro anni costruì una macchina perfetta, capace di vincere il campionato più difficile del mondo, quello in cui militavano fuoriclasse come Diego Maradona, Michel Platini, Zico e Karl-Heinz Rummenigge.
La sua filosofia era racchiusa nella celebre frase “el terzin fa el terzin” – il terzino fa il terzino – che ben riassume la sua concezione di calcio basata sull'ordine, sui ruoli ben definiti e sulla semplicità operativa. Il Verano di Bagnoli non era però una squadra catenacciara: giocava a memoria, muoveva il pallone da un lato all'altro in velocità come le azioni alla mano del rugby, era perfettamente sincronizzata. Con lui esplosero campioni come Preben Elkjaer Larsen, Klaus Briegel, Antonio Di Gennaro, Roberto Tricella e Giuseppe Galderisi.
Il suo 5-3-2, definito da alcuni un modulo rivoluzionario per l'epoca, gettò le basi per l'unico scudetto della storia dell'Hellas, conquistato con una giornata d'anticipo.
Dalla Spal alla carriera da giocatore
Prima di diventare un mito in panchina, Bagnoli fu un calciatore che vestì le maglie di Milan, Verona, Udinese, Catanzaro e Spal. Con il Milan conquistò uno scudetto e una Coppa Latina, ma fu alla Spal, tra il 1964 e il 1967, che lasciò un segno indelebile a Ferrara. Fu il presidentissimo Paolo Mazza a volerlo come perno della squadra, e Bagnoli ricambiò con 92 presenze e 12 gol, diventando un leader nello spogliatoio e un punto di riferimento per giovani come Fabio Capello e Edi Reja.
Il suo gol più ricordato risale alla stagione 1965-66: una rete all'ultima giornata contro il Brescia che valse la salvezza in Serie A per la Spal, un pareggio dell'estasi che la tifoseria biancazzurra non ha mai dimenticato. Dopo la parentesi a Ferrara, Bagnoli chiuse la carriera da calciatore con due stagioni all'Udinese e cinque al Verbania, prima di intraprendere la strada della panchina, iniziando la gavetta in Serie C tra Solbiatese, Como, Rimini, Fano e Cesena, che portò in Serie A nel 1981.
Il Genoa, l'Inter e il ritiro a 59 anni
Dopo il ciclo veronese, Bagnoli guidò il Genoa dal 1990 al 1992, scrivendo un'altra pagina di storia: portò i rossoblù al quarto posto in campionato e, nella stagione successiva, a una storica semifinale di Coppa Uefa. Il momento più epico fu il 18 marzo 1992, quando il Genoa espugnò Anfield Road battendo il Liverpool per 2-1 con una doppietta di Carlos Aguilera, diventando la prima squadra italiana a vincere in casa dei Reds. Un'impresa che ancora oggi fa sognare i tifosi genoani, al punto che la società ha recentemente dedicato una maglia a quel leggendario traguardo.
Dopo Genova, Bagnoli tornò a Milano per allenare l'Inter, sfiorando una clamorosa rimonta sul Milan di Fabio Capello nella stagione 1992-93, quando recuperò undici punti arrivando a meno quattro. L'anno successivo, però, arrivò l'esonero, il 6 febbraio 1994, dopo la sconfitta interna contro la Lazio. E fu l'ultima volta in panchina. A 59 anni, Bagnoli decise di chiudere la sua carriera da allenatore, rifiutando numerose offerte per dedicarsi alla famiglia e perché sentiva che “questo non è più il mio calcio”.
Un'uscita di scena che lo rese ancora più leggendario.
Verona chiede di intitolargli il Bentegodi
All'indomani della sua scomparsa, la città di Verona si è stretta attorno al ricordo di Osvaldo Bagnoli e ha sollevato con forza la richiesta di intitolargli lo stadio Bentegodi. Un coro che si è levato dalle vie e in maniera massiccia sui social, raccolto anche dall'ASD Ex Calciatori Hellas Verona. Il presidente Sergio Guidotti, che con Bagnoli ha condiviso tanti pomeriggi nella sede dell'associazione, ha dichiarato: “Da questa mattina il tam tam è continuo. C'è tanto dolore ma adesso l'augurio è che Verona ricambi con un gesto doveroso quello che Bagnoli ha dato alla città. sarebbe opportuno che il Comune di Verona, se ci sono le condizioni, dedichi a Bagnoli lo stadio”. Nominato presidente onorario dell'Hellas nel 2018 e inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2017, Osvaldo Bagnoli lascia un'eredità che va ben oltre i trofei: quella di un uomo schivo, leale, fedele ai propri principi e a un calcio che non esiste più, ma che lui ha reso immortale.




