Peter Jackson a Cannes: il nuovo “Tintin” nel cassette della camera d’albergo, niente regia per “La caccia a Gollum” e quella AI che “distruggerà il mondo”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   CANNES. Quindici anni sono un’eternità, nel cinema. Ma anche un lasso di tempo sufficiente perché una promessa tra due dei registi più potenti di Hollywood – patto sigillato all’epoca del motion capture pionieristico – sembrasse destinata a finire nel dimenticatoio. E invece, dalla Croisette, Peter Jackson ha rotto un silenzio che durava da quando Steven Spielberg portò sul grande schermo Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno nel lontano 2011. Il regista neozelandese, premiato con la Palma d’Oro onoraria e truccato come se fosse uscito dalla Contea, ha confermato di star scrivendo attivamente il sequel, dando così una scossa a un progetto che molti davano per morto. Lo ha fatto a modo suo, con la concretezza di un artigiano più che con la solennità di un divo: “Sto lavorando con Fran Walsh – la sua sceneggiatrice e compagna storica – a un’altra sceneggiatura di Tintin, la sto scrivendo qui, nella stanza d’albergo”.

L’imbarazzo per il ritardo e il patto con Spielberg

L’accordo originale, a quanto pare, era semplice e lineare: Spielberg ne avrebbe diretto uno, Jackson l’altro. Il primo è uscito, ha incassato quasi 374 milioni di dollari, ma il secondo non si è mai materializzato. Preso dalla morsa della Terra di Mezzo con *Lo Hobbit* e da progetti documentari, il regista ha ammesso senza filtri di provare un certo disagio per questo ritardo: “Mi sento molto in imbarazzo per questo”. Nella sua masterclass al Festival, ha però voluto chiarire che non si tratta più di un’ipotesi remota o di una dichiarazione di circostanza. Jackson ha descritto la scrittura come un’attività viva, tangibile, e ha confessato di provare un affetto profondo per il reporter belga creato da Hergé, un personaggio che a suo avviso merita di tornare sul grande schermo con quel mix di avventura classica e tecnologia all’avanguardia che contraddistingueva il primo capitolo.

La cessione del testimone a Serkis per “La caccia a Gollum”

Se il futuro di Tintin sembra ora più chiaro, diverso è il discorso per il ritorno del Re. Durante lo stesso incontro, Jackson ha spento ogni entusiasmo riguardo a un suo possibile ritorno dietro la macchina da presa per *Il Signore degli Anelli: La caccia a Gollum*. E lo ha fatto per scelta, non per mancanza di offerte. La sua spiegazione, in fondo, è una dichiarazione di stima totale nei confronti di Andy Serkis. Jackson è convinto che affidare la regia all’attore che ha letteralmente “vissuto” Gollum sulla propria pelle – muovendosi negli abissi della sua psiche divisa tra Smeagol e la creatura – sia la scelta più logica e “eccitante” possibile. “Potrei dirigerlo, ma l’ho già fatto. Andy conosce questo personaggio meglio di chiunque altro: è una storia interiore, sulla dipendenza e la psicologia” ha spiegato, lasciando intendere che l’approccio intimo di Serkis renderà il film migliore di quanto avrebbe potuto fare lui, limitandosi a un ruolo da produttore non invadente.

L’intelligenza artificiale tra utopia distopica e trucco digitale

L’industria si trasforma, e Jackson non ha potuto evitare di commentare l’argomento caldo di quest’anno: l’Intelligenza Artificiale. Con la stessa schiettezza con cui ha ammesso i ritardi su Tintin, il regista ha lanciato una provocazione che ha fatto il giro della stampa. “L’AI distruggerà il mondo” ha affermato, senza mezzi termini. Ma ha subito aggiunto una postilla fondamentale che riguarda il suo mestiere specifico: “Se viene utilizzata nel fare cinema, non mi dispiace affatto. Per me è solo uno dei tanti effetti speciali a disposizione”. Una posizione, la sua, che non nega i rischi sistemici della tecnologia – parla di catastrofe globale – ma che demolisce le resistenze artistiche. Così come non si scandalizzava per l’uso del green screen o del motion capture, Jackson considera l’AI un pennello nella cassetta degli attrezzi del regista. L’unico limite etico che pone, e lo sottolinea con forza, è quello della proprietà intellettuale: la paura reale non è la macchina, ma il furto dell’immagine altrui.

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