L’iran, le sue ragazze, i suoi ragazzi e quella ferocia degli ayatollah che non fa notizia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da anni, quando si nomina l’Iran, il riflesso condizionato porta dritti verso le grandi partite geopolitiche: Trump, Netanyahu, il braccio di ferro nello Stretto di Hormuz, le condanne a raffica dell’Occidente. Eppure, a guardare con occhi meno distratti – quelli che non cercano lo scoop né l’ennesima polarizzazione – ciò che emerge è una verità ben più elementare, e insieme più tragica: l’Iran contemporaneo, quello che si racconta attraverso le sue ragazze e i suoi ragazzi, resta un gigante silenzioso nella battaglia globale per i diritti. Diversamente da Gaza, dove la mobilitazione della Generazione Z è stata rapida e visibile, qui l’attenzione internazionale arranca, quasi trattenuta da un timore sottile: quello di fare, anche involontariamente, un favore all’America di Trump. Si fa presto a dimenticare, in questo calcolo, che i despoti – o gli aspiranti tali – anche quando si dichiarano nemici giurati, nutrono quasi sempre una silenziosa ammirazione reciproca.

Fratture nascoste dentro il mondo oscuro degli ayatollah

Non esiste un «regime degli ayatollah» monolitico, per quanto alla dirigenza – e persino ad alcuni suoi oppositori – piaccia descriverlo così. La realtà è molto più sfumata, e lo si capisce solo entrando nei meccanismi di funzionamento interni al Paese. Da decenni, lì dentro, si scontrano aspirazioni divergenti, alleanze mutevoli, compromessi sporchi. La fine del regime era un obiettivo nobile, per molti; è finito in soffitta, insieme ai sogni di un «cambio di regime» via piazza o via bomba. Nel frattempo, tra guerre che cominciano e non finiscono, tregue violate a ripetizione e minacce sul blocco del petrolio, c’è un dato che dovrebbe pesare più di ogni analisi strategica: gli iraniani, oggi, stanno peggio di prima. Le impiccagioni – è un fatto – hanno raggiunto livelli di ferocia e numero che non si ricordavano dal lontano 1989.

Una società civile soffocata ma mai domata

Ne parla bene, senza retorica, Pegah Moshir Pour. Attivista per i diritti, iraniana di origine ma residente in Italia da anni, classe 1990, ha appena pubblicato due libri che meriterebbero ben altra attenzione: il romanzo «La notte sopra Teheran» (Garzanti, 2024) e il saggio «Teheran: il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea» (Paesi edizioni, 2025). È quest’ultimo, in particolare, a offrire una chiave di lettura preziosa, perché apre le porte del privato degli iraniani. E in un Paese a controllo totale – sorveglianza, morale obbligatoria, delazione incoraggiata – il privato è politica. Lo spazio domestico, la conversazione sussurrata, il modo di vestirsi dentro le mura di casa: tutto diventa resistenza. Moshir Pour non inventa nulla, si limita a raccontare quello che vede, e quello che ha vissuto. Non c’è vittimismo, né eroismo da copertina. C’è semplicemente la quotidianità di chi convive con un regime che non perdona la trasgressione, ma che non è mai riuscito a spegnere del tutto il desiderio di libertà.

La ferocia degli ayatollah e l’indifferenza del mondo

Quel desiderio, però, paga un prezzo altissimo. Le cronache giudiziarie dagli ultimi mesi parlano chiaro: decine di condanne a morte eseguite, molte delle quali legate a proteste che l’Occidente ha già dimenticato. Nessuna mobilitazione collettiva, nessun hashtag virale. L’Iran fa più fatica a farsi strada nell’agenda dei diritti globali, come se il suo dolore fosse meno «utile» di altri. Peggio: come se parlarne significasse schierarsi automaticamente con Washington, e quindi – in una certa vulgata europea – con il male minore o il male maggiore a seconda dei punti di vista. Un cortocircuito che giova solo a chi, a Teheran, continua a impiccare, reprimere, sorvegliare. Perché la verità, scomoda, è che l’ammirazione tra dittatori esiste eccome, al di là delle bandiere e dei comunicati ufficiali. E finché si continuerà a leggere l’Iran solo come pedina di una scacchiera geopolitica – e non come il luogo dove migliaia di ragazzi e ragazze vivono sotto il cappio – allora quelle ragazze e quei ragazzi resteranno soli.

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