Iran, gli ayatollah: "Accordo su nuova Guida Suprema". Cosa sappiamo
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Redazione Esteri
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L’Assemblea degli Esperti, l’organismo religioso iraniano composto da 88 membri e incaricato dalla Costituzione di scegliere la Guida Suprema, avrebbe raggiunto un’intesa unanime sul nome del successore di Ali Khamenei, ucciso negli attacchi statunitensi del 28 febbraio a Teheran. A dichiararlo all’agenzia di stampa Fars, in un video diffuso su Telegram, è stato l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri, membro dell’assemblea, il quale ha parlato di «grandi sforzi per determinare la guida» e di un «parere decisivo e unanime» concordato al proprio interno. Sebbene il nome del prescelto non sia stato ancora reso pubblico, le parole di Mirbagheri giungono in un momento di massima tensione, con il paese teatro di scontri e bombardamenti che ne stanno ridefinendo gli equilibri interni e regionali.
La successione e lo scenario bellico
La procedura per l’elezione del nuovo Rahbar, che dovrà succedere a Khamenei al vertice della teocrazia sciita, procede dunque in parallelo all’escalation militare. Fonti interne all’Assemblea, come l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, hanno lasciato intendere che la scelta sia caduta su una figura che già in passato era stata indicata come invisa al nemico, aggiungendo un dettaglio non trascurabile: «Persino il Grande Satana (gli Usa) ha fatto il suo nome», in un’evidente allusione alle recenti dichiarazioni di Donald Trump, il quale aveva definito “inaccettabile” l’ipotesi di Mojtaba Khamenei, figlio del leader ucciso.
Mentre l’Iran cerca di blindare la propria successione, le operazioni militari non accennano a diminuire di intensità. Caccia israeliani e statunitensi hanno concentrato i loro attacchi sulle infrastrutture energetiche e sugli impianti di desalinizzazione, colpendo depositi di petrolio nelle province di Teheran e Alborz, nonché nella città di Karaj e nell’isola di Qeshm, causando l’interruzione dell’approvvigionamento idrico per decine di centri abitati. Le autorità ambientali iraniane hanno lanciato un’allerta sanitaria per la pioggia nera, carica di composti tossici, che si è abbattuta sulla capitale in seguito alla combustione dei serbatoi di greggio.
La risposta di Teheran e la chiusura dello Stretto di Hormuz
La Repubblica Islamica non è rimasta a guardare. I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato un attacco con missili balistici Kheibar Shekan contro una raffineria israeliana nella baia di Haifa, in quello che è stato descritto come un atto dovuto per le incursioni subite. Sul fronte marittimo, il delle Guardie ha ribadito la propria linea dura: in tempo di guerra, il diritto internazionale consentirebbe a Teheran di controllare il transito nello Stretto di Hormuz, e di fatto il passaggio è stato negato a tutte le navi battenti bandiera statunitense, israeliana o europea, con l’avvertimento che eventuali trasgressori sarebbero stati colpiti. Il traffico nel nodo nevralgico per il trasporto petrolifero mondiale è di fatto ai minimi, e i produttori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Kuwait, hanno iniziato a ridurre l’estrazione dai giacimenti marittimi.
Il fronte libanese, come prevedibile, si è rapidamente infiammato. Un raid israeliano ha centrato l’hotel Ramada nel quartiere di Raouché, a Beirut, una zona turistica finora risparmiata; l’obiettivo dichiarato da Israele erano comandanti della Forza Qods delle Guardie rivoluzionarie, e il bilancio fornito dalle autorità locali parla di quattro morti e una decina di feriti. Lo Stato ebraico ha parlato di una nuova fase della guerra, incentrata sulla distruzione delle infrastrutture militari iraniane, mentre i residenti delle città colpite descrivono una situazione di crescente difficoltà.
La tenuta dell’arsenale e le dichiarazioni di Trump
Nonostante la violenza degli attacchi, la macchina da guerra iraniana sembra conservare una capacità di offesa non indifferente. Secondo stime di funzionari americani riportate dal New York Times, Teheran avrebbe ancora a disposizione circa il 50% del proprio programma missilistico e una quota persino maggiore del proprio arsenale di droni. Una resilienza che trova conferma nell’utilizzo massiccio degli Shahed-136, velivoli senza pilota dal costo irrisorio – si parla di 20.000 dollari l’uno – ma in grado di saturare le difese aeree nemiche, costrette a impiegare intercettori dal valore di milioni di dollari per abbatterli. Il presidente Trump, intervistato dalla CBS, ha commentato l’andamento delle operazioni con toni trionfalistici, assicurando che gli Stati Uniti stanno vincendo «a livelli mai visti prima» e che i missili e i droni nemici sono stati ridotti «in mille pezzi». Dall’altra parte, il presidente iraniano Pezeshkian ha offerto scuse formali ai paesi vicini per gli attacchi sconfinati, pur avvertendo che Teheran sarà costretta a rispondere se le sue infrastrutture verranno nuovamente prese di mira.




