Guerra in Iran, il nodo dell’intelligence e la tenuta del regime degli Ayatollah

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione “Midnight Hammer”, condotta a partire dallo scorso giugno dalle forze statunitensi e israeliane, aveva un obiettivo dichiarato: decapitare il regime iraniano colpendone il programma nucleare e la sua leadership, a partire dall’uccisione della guida suprema Ali Khamenei. L’assunto strategico alla base di queste azioni, ovvero che l’eliminazione fisica dei vertici possa condurre al collasso dell’intero sistema teocratico, si sta tuttavia scontrando con una realtà più complessa e sfuggente. A quasi un anno dall’inizio dell’escalation che ha infiammato il Medio Oriente, il quadro che emerge dalle recenti audizioni al Congresso degli Stati Uniti dipinge una situazione di stallo militare e di profonda frattura politica all’interno dell’amministrazione Trump. Mentre i bombardamenti proseguono, causando distruzione e vittime civili come in ogni conflitto, la resilienza degli Ayatollah e la fragilità delle giustificazioni addotte per l’intervento bellico diventano ogni giorno più evidenti.

Il dissenso silenzioso nella comunità dell’intelligence

La narrativa della Casa Bianca, incentrata sulla necessità di neutralizzare una minaccia nucleare imminente, ha subito un duro colpo proprio da chi è preposto a fornire informazioni certe. Tulsi Gabbard, Direttrice dell’Intelligence Nazionale, si è trovata al centro di una bufera politica dopo aver dichiarato, in un rapporto consegnato al Congresso, che non esistono prove che l’Iran stesse ricostruendo le proprie capacità di arricchimento dell’uranio, distrutte durante i raid dell’estate precedente. Questa valutazione, resa pubblica il 18 marzo, contraddice apertamente le affermazioni del presidente Trump, il quale aveva più volte giustificato l’attacco sostenendo che Teheran fosse a poche settimane dalla costruzione della bomba atomica. La posizione di Gabbard, per quanto espressa in forma scritta e poi non ripetuta con la stessa enfasi durante l'audizione dinanzi alle telecamere, ha aperto una crepa nel fronte compatto che la presidenza tenta di mostrare. Le sue parole, infatti, confermano i rapporti dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, che non avevano mai suffragato la tesi di un imminente pericolo atomico proveniente dall'Iran.

A testimoniare il malessere interno non è stata solo la cautela della Gabbard, ma un gesto ben più eclatante. Joseph Kent, alto funzionario della lotta al terrorismo, ha rassegnato le dimissioni in segno di protesta, motivando il suo gesto con la convinzione che l'Iran non rappresentasse una minaccia immediata e che il presidente fosse stato tratto in inganno da Israele e da alcuni media. Una defezione di tale livello, all'interno dell'apparato di sicurezza, getta un'ombra lunga sulla genesi del conflitto e solleva interrogativi sulla qualità delle informazioni su cui si basano le decisioni cruciali per la sicurezza nazionale. Dall'altra parte, il direttore della CIA, John Ratcliffe, ha tentato di arginare i danni ribadendo la pericolosità del regime, ma la spaccatura è ormai evidente e difficile da ricomporre, con una parte della comunità dell'intelligence che sembra non allinearsi alla linea della Casa Bianca.

La resilienza del sistema e la strategia del caos

Se l'obiettivo dei bombardamenti a tappeto era quello di far crollare come un castello di carte il potere degli Ayatollah, i risultati sul campo raccontano una storia diversa. Nonostante la perdita di figure chiave e la distruzione di importanti infrastrutture nucleari, il regime non solo non è crollato, ma ha mostrato un volto ancor più duro e intransigente, rifiutando qualsiasi ipotesi di trattativa che non preveda prima la fine delle ostilità. Le valutazioni della stessa intelligence americana confermano che la leadership in Iran rimane sostanzialmente intatta nella sua capacità di esercitare il controllo, seppur con capacità militari degradate. Questo significa che la cosiddetta strategia della "decapitazione" ha fallito: il mostro, per usare una metafora cara a certa retorica bellicista, non è stato ucciso, ma semplicemente ferito, e la sua reazione è stata un inasprimento della repressione interna e una chiusura totale al dialogo. La guerra, lungi dal risolvere la questione, l'ha cristallizzata in una fase di sanguinosa contrapposizione, allargando il conflitto ai paesi arabi confinanti e destabilizzando un'intera regione.

Il peso delle contraddizioni interne alla Casa Bianca

Le tensioni latenti sono emerse in tutta la loro evidenza anche in un episodio che ha visto protagonista Kristi Noem, Segretaria alla Sicurezza Interna. Chiamata a testimoniare di fronte a una commissione della Camera, le sue dichiarazioni, non perfettamente allineate con la narrazione ufficiale, le sarebbero costate la poltrona, secondo fonti vicine all'amministrazione. Sebbene i dettagli non siano stati resi noti, l'episodio è la spia di un clima di crescente insofferenza da parte del presidente Trump verso qualsiasi voce discorde, in un momento in cui il consenso interno inizia a vacillare di fronte ai costi umani ed economici di un conflitto che si protrae senza una chiara vittoria all'orizzonte. La necessità di far accettare all'opinione pubblica americana il tributo di una guerra lontana si scontra con la difficoltà di fornire giustificazioni solide e condivise, soprattutto quando i vertici stessi dell'intelligence mostrano crepe e ripensamenti.

La partita, a questo punto, si gioca su più tavoli. Da un lato, la macchina bellica continua la sua avanzata, con le forze statunitensi e israeliane che cercano di fiaccare le capacità di lancio e di comando dell'esercito iraniano. Dall'altro, il fronte politico interno agli Stati Uniti si fa sempre più accidentato, con il presidente Trump costretto a gestire un team di sicurezza diviso e una narrazione pubblica che non regge più di fronte ai fatti. L'Iran, dal canto suo, subisce e resiste, forte di una struttura di potere che affonda le radici in decenni di storia e che, come dimostrato in passato, è capace di assorbire colpi durissimi senza perdere la propria coesione interna, trasformando la sopravvivenza stessa del regime in una vittoria propagandistica contro l'arroganza occidentale.

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