La guerra in Iran e il nodo delle scorte: quanti missili hanno davvero gli ayatollah?
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Redazione Esteri
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L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, scattato sabato scorso contro la Repubblica Islamica, ha riaperto una ferita profonda in Medio Oriente e riportato d’attualità un interrogativo non secondario per gli strateghi del Pentagono e per gli alleati europei: quanto potrà durare, questa guerra, considerando il numero di droni e missili balistici ancora a disposizione di Teheran? Se da un lato l’amministrazione Trump – con il presidente che ha parlato di un’operazione pensata per durare tra le quattro e le cinque settimane – assicura di stare “distruggendo le capacità missilistiche iraniane e la loro capacità di produrne di nuovi”, dall’altro lato gli analisti internazionali sottolineano come il conflitto si stia trasformando in una vera e propria “guerra di logoramento” o, per usare una definizione tecnica, in una “salvo competition”.
Secondo quanto riportato da fonti di intelligence citate dalla stampa israeliana e statunitense, alla vigilia delle ostilità l’Iran disponeva probabilmente di circa duemilacinquecento missili balistici di varie gittate, un numero che segue le stime post-belliche dell’estate 2025, quando l’arsenale era stato dimezzato scendendo a quota millecinquecento o duemila ordigni. A questi si aggiungono migliaia di droni, molti dei quali di tipo “kamikaze”, dal costo irrisorio se paragonato a quello dei sistemi di difesa occidentali: una dinamica, questa, che preoccupa non poco gli Stati del Golfo e gli stessi comandi statunitensi, consapevoli che intercettare un velivolo senza pilota del valore di poche migliaia di dollari può richiedere un missile intercettore che ne costa centinaia di migliaia o addirittura milioni.
La strategia della tensione e il fattore produttivo
Ciò che rende complessa una stima precisa della durata del conflitto non è soltanto il numero di testate già pronte all’uso, ma anche la capacità iraniana di rimpiazzare quelle esaurite. I Pasdaran, il d’élite che gestisce l’arsenale missilistico, avrebbero riorganizzato le linee di produzione nei mesi successivi all’ultimo conflitto, riuscendo a mettere a punto un ritmo che alcuni rapporti quantificano in circa cento nuovi vettori al mese. Una cifra che, se confermata, potrebbe consentire a Teheran di sostenere uno scambio a bassa intensità, ma che sarebbe del tutto insufficiente qualora il regime decidesse di replicare i numeri visti nei primi giorni dell’offensiva, quando si sono contati oltre duecento missili balistici e più di settecento droni lanciati contro obiettivi in una dozzina di Paesi.
D’altro canto, anche gli Stati Uniti e i loro alleati regionali devono fare i conti con le proprie scorte. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha avvertito che, mentre l’Iran produce decine di missili al mese, gli intercettori avanzati come i THAAD o i Patriot richiedono tempi di assemblaggio e integrazione che si misurano in molti mesi, se non in anni. Ne consegue che un prolungarsi delle ostilità oltre la decina di giorni potrebbe mettere in seria difficoltà i sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar o persino di Israele, costringendo i comandi a operare scelte dolorose su quali infrastrutture proteggere prioritariamente.
Le ripercussioni sul continente europeo
Mentre i militari valutano il rapporto tra ordigni lanciati e capacità residue, l’Europa osserva con crescente apprensione l’evolversi della crisi, ben consapevole che le ripercussioni economiche potrebbero rivelarsi altrettanto devastanti di quelle sul campo di battaglia. La Commissione europea, riunitasi in seduta straordinaria, ha messo a fuoco due priorità: la sicurezza dei trasporti nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz – attraverso cui transita il venti per cento del petrolio mondiale – e la gestione dei flussi energetici. Il prezzo del gas al TTF olandese è già schizzato, e l’ipotesi che il conflitto si protragga per settimane fa temere una stagnazione dell’economia accompagnata da una ripresa dell’inflazione, proprio mentre la Banca Centrale Europea iniziava a ragionare su un allentamento della politica monetaria.
Paesi come l’Italia, la Spagna e la Gran Bretagna, pur non partecipando direttamente alle operazioni offensive, si trovano a dover gestire il rimpatrio di centinaia di migliaia di cittadini europei presenti nell’area del Golfo, senza contare l’impatto che un eventuale blocco prolungato delle rotte commerciali produrrebbe sulle forniture di GNL qatariota. La “nebbia della guerra”, per citare von Clausewitz, avvolge quindi non soltanto i movimenti delle truppe, ma anche le borse e le prospettive di ripresa del Vecchio Continente.
La debolezza nella risposta iraniana e le incognite sul campo
Dopo le prime quarantotto ore di fuoco, alcuni osservatori hanno notato una flessione nel numero di lanci da parte iraniana. Un fenomeno che potrebbe leggersi in due modi: da un lato, come una scelta tattica volta a conservare le risorse preziose per una fase successiva del conflitto; dall’altro, come il sintomo di un certo disarray nei comandi, messi in difficoltà dalla decapitazione di numerosi alti ufficiali avvenuta nei raid iniziali. L’impressione, confermata anche da fonti diplomatiche, è che Teheran stia cercando di evitare un’escalation incontrollata pur di non esaurire in pochi giorni l’intero arsenale strategico.
Resta il fatto che, se la guerra dovesse davvero protrarsi per un mese o più, le scorte di entrambi gli schieramenti verrebbero messe a dura prova. Gli analisti del Center for a New American Security ricordano che l’esito del conflitto potrebbe decidersi proprio su questo crinale: chi esaurisce per primo le munizioni, perde. E mentre l’Iran tenta di colpire obiettivi civili e infrastrutture energetiche per aumentare il costo politico dell’aggressione, Israele e gli Stati Uniti continuano a martellare le basi di lancio e i depositi sotterranei, in una partita a scacchi dove ogni mossa è un missile che parte o viene intercettato.




