La guerra in Iran e l’illusione della resa: perché gli ayatollah resistono giocando la carta del logoramento
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Redazione Esteri
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L’idea che la Repubblica islamica possa deporre le armi al semplice cenno di Donald Trump, oggi di nuovo alla Casa Bianca, e di Benjamin Netanyahu, si sta rivelando l’ennesimo calcolo sbagliato su un regime che l’amministrazione americana, forse, non ha mai davvero compreso e che Israele, con ogni evidenza, ha finito per sottovalutare. Gli ayatollah pregano – e come potrebbe essere altrimenti – che le bombe smettano di cadere sulle loro città, ma non intendono piegarsi a un cessate il fuoco che, nella loro lettura, appare cucito su misura dagli avversari. La guerra, insomma, non si vince solo con la potenza di fuoco; e loro, da decenni abituati a navigare in acque tempestose, sembrano intenzionati a trasformare il logoramento in un’arma strategica.
Una superpotenza a mezzo servizio e la lezione del Vietnam
Ancora una volta il conflitto che vede Stati Uniti e Israele contrapposti all’Iran sta dimostrando un paradosso di non poco conto: perfino una superpotenza, quando si trova a operare in un teatro complesso e contro un avversario che ha fatto della resilienza una ragion di Stato, non è neanche lontanamente potente come vorrebbe apparire. È una lezione, quella del Vietnam, che la storia continua a ripetere e che oggi, per certi versi, rassicura le cosiddette medie potenze europee. Il divario tra ciò che Washington può ottenere – con la considerevole eccezione rappresentata dalle armi nucleari, che cambiano radicalmente qualsiasi equazione – e quello che possono fare attori più piccoli è, nei fatti, molto inferiore a quanto la retorica bellica lasci intendere. E anche se tutti, noi europei compresi, patiremo le conseguenze politiche ed economiche di questa guerra per i mesi e gli anni a venire, la constatazione che nessuno, neppure l’alleato più potente, abbia una via rapida per imporre la propria volontà rappresenta un dato geopolitico di non secondaria importanza.
Il ministro degli Esteri iraniano e la condizione per riaprire Hormuz
La posizione di Teheran, del resto, è stata messa nero su bianco da Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri, in un’intervista ripresa dall’emittente Al Araby con sede in Qatar. Le parole del diplomatico non lasciano spazio a fraintendimenti: «Per riportare alla normalità la situazione nella regione e nello Stretto di Hormuz è necessario che cessino gli attacchi statunitensi e israeliani». Un passaggio che, tradotto in termini politici, significa rimettere la palla nel campo avversario. Non sono gli ayatollah, in questa narrazione, a dover chiedere la fine delle ostilità; sono gli Stati Uniti e Israele a dover fermare i bombardamenti se vogliono che il traffico di petroliere, attraverso quel punto nevralgico per l’economia globale, riprenda a scorrere regolare. Una strategia, questa, che punta a ribaltare la percezione di chi, in Occidente, dà per scontato che l’Iran sia sul punto di cedere sotto il peso delle sanzioni e dei raid.
La svolta della “moderazione zero” e la sfida lanciata al Golfo
A cambiare il registro, del resto, ci ha pensato lo stesso Araghchi inaugurando quella che è stata definita la formula della “moderazione zero”. Il messaggio, veicolato con una certa enfasi dai canali ufficiali, è che la Repubblica islamica abbia usato finora solo una frazione del suo potenziale strategico nelle rappresaglie contro Israele. La spiegazione fornita – quella di aver rispettato, in un primo momento, le richieste di de-escalation – suona oggi come un avvertimento: la pazienza non è infinita, e la capacità di fuoco in riserva è ben più ampia di quanto mostrato. Mohammad Bagher Ghalibaf, figura di spicco del sistema di potere, si è fatto portavoce di una linea dura che allarga il perimetro dello scontro all’intera area del Golfo, trasformando quella che per molti era una guerra periferica in una sfida esistenziale lanciata direttamente contro le basi americane e gli interessi israeliani nella regione. La resistenza, insomma, non è un atteggiamento passivo: è l’altra faccia della capacità di infliggere danni, tenendo l’avversario in uno stato di incertezza perenne su quali saranno i prossimi obiettivi.




