L’economia italiana dimezzata dallo choc energetico: ripresa rinviata al 2027

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo shock energetico innescato dal conflitto con l’Iran – una crisi che ormai da settimane tiene in scacco i mercati globali – rischia di rinviare di fatto al 2027 la tanto attesa ripresa dell’economia italiana, annullando di fatto le fragili speranze di rimbalzo per l’anno in corso. Secondo le stime elaborate da Confesercenti in collaborazione con il Centro Europa Ricerche, l’impatto di questa nuova ondata di rincari si è già tradotto in una brusca frenata: la crescita del Pil, nello specifico, perderebbe 0,3 punti percentuali rispetto ai valori previsti prima dell’escalation, con una perdita secca di circa 9,7 miliardi di euro di valore aggiunto che non entreranno nel circuito economico. Le ricadute sui consumi, già provati da anni di inflazione strisciante, non sono meno severe: si stima un rallentamento della spesa pari a 3,9 miliardi di euro, mentre il potere d’acquisto delle famiglie viene eroso dalla necessità di destinare una fetta sempre maggiore del bilancio alle voci incomprimibili come luce e gas.

A rendere il quadro ancora più cupo, come si legge nel rapporto, c’è una variabile temporale che aggrava la portata del disastro: anche nell’ipotesi (al momento tutt’altro che certa) di una tregua duratura e di un graduale rientro dei prezzi delle materie prime energetiche, per tornare a una piena normalizzazione dei mercati sarebbero comunque necessari almeno sette o otto mesi. Un lasso di tempo, questo, più che sufficiente per compromettere in modo strutturale l’andamento dell’intero 2026, vanificando di fatto qualsiasi politica di sostegno tampone. Gli investimenti, componente nevralgica di qualsiasi strategia di sviluppo, subirebbero la battuta d’arresto più violenta, con un crollo di 7,7 miliardi rispetto alle attese pregresse: le imprese, fiaccate dall’incertezza e dalla morsa dei costi operativi, hanno infatti iniziato a posticipare o annullare i piani di spesa per nuovi impianti e tecnologie.

Il termometro del Piemonte: l’85% delle aziende prevede rincari e l’export affonda

Se il dato macroeconomico nazionale descrive la febbre del sistema, l’indagine trimestrale condotta a marzo dal Centro Studi dell’Unione Industriali Torino ci restituisce la fotografia precisa dei sintomi percepiti dai malati. Coinvolgendo oltre 1.200 aziende manifatturiere e dei servizi, il sondaggio rivela una fiducia in caduta libera, brutalmente schiacciata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L’elemento più eclatante riguarda l’inversione di tendenza sui costi: dopo un lungo periodo di relativa stabilità (dodici trimestri, per l’esattezza), ben oltre il 70% delle imprese campionate prevede ora rincari significativi sui propri fattori produttivi, una quota che sale addirittura all’85% quando si analizza nello specifico il settore energetico. Questa morsa si traduce inevitabilmente in un disastro sul fronte estero: il saldo tra ottimisti e pessimisti riguardo all’export è rimasto stabilmente negativo, assestandosi su un preoccupante -6,1%, segno che il made in Italy risulta meno competitivo proprio mentre i mercati internazionali mostrano segni di chiusura o riconfigurazione.

Parallelamente, la catena di trasmissione dello shock ha interrotto il fragile circolo virtuoso che teneva in vita l’occupazione e gli ordini. Sebbene alcuni indicatori di base (come la produzione e il numero di occupati) restino ancora in territorio positivo, lo fanno con un’intensità ormai in progressivo ridimensionamento, segnalando che il fondo della crisi non è stato ancora toccato. La redditività, il termometro della salute aziendale, scricchiola in modo preoccupante, spingendo i vertici di Unione Industriali a parlare apertamente di rischio paralisi. In questo contesto, la propensione a investire in nuovi macchinari o stabilimenti è scesa al 72%, dal 77,3% precedente, confermando che la priorità immediata delle imprese piemontesi non è più crescere, ma semplicemente resistere.

Liguria e la bolletta da 100 milioni al giorno: il conto salato del gasolio

Spostando lo sguardo sul Nord-Ovest, il quadro dipinto dalla CNA per la Liguria aggiunge un dettaglio quasi drammatico alla cronaca di questa decrescita. Secondo le stime elaborate dall’associazione, basate sui consumi effettivi nel periodo compreso tra marzo e maggio, lo shock energetico provocato dal conflitto nel Golfo ha già superato un costo complessivo di 7 miliardi di euro per il sistema italiano, un’emorragia che si traduce in un extra costo di circa 100 milioni di euro al giorno per famiglie e imprese. L’analisi, sezionando le voci di spesa, colloca il gasolio sul gradino più alto del podio dei rincari: la sua impennata registrata tra il 28 febbraio e il 10 aprile pesa da sola per 1,7 miliardi di euro di maggiori costi, mettendo in ginocchio settori vitali come l’autotrasporto e l’agricoltura.

Non vanno meglio le altre voci energetiche: per il gas, utilizzato sia per riscaldamento domestico che per processi industriali, si stima una maggiore spesa aggiuntiva di circa 3 miliardi, mentre la bolletta dell’elettricità lievita di ulteriori 2,2 miliardi. La CNA, attraverso i suoi vertici liguri, sottolinea come questa dinamica metta a nudo la cronica vulnerabilità del Paese alle fluttuazioni geopolitiche, aggravata da una struttura di costo dell’energia che, per le piccole e medie imprese, risulta insostenibile a prescindere dalle crisi internazionali. I rincari colpiscono con particolare violenza la filiera distributiva e il turismo, pilastri dell’economia regionale, dove i margini già ridotti dall’inflazione passata vengono letteralmente azzerati dall’urto dei carburanti. In questo marasma, l’extragettito Iva generato proprio da questi rincari – che supera abbondantemente il miliardo di euro – è diventato il bersaglio delle richieste di intervento immediato da parte delle associazioni di categoria.

La morsa dei costi frena il rimbalzo: gli effetti su Pil, energia e fiducia

Se si prova a tirare le somme di questa concatenazione di eventi, appare chiaro come la guerra e il conseguente blocco (reale o percepito) dello Stretto di Hormuz stiano agendo come un potente freno idraulico su una macchina economica già in salita. I dati aggregati parlano di una perdita secca di crescita che, almeno per il 2026, appare ormai irreversibile: la combinazione di minori consumi e crollo degli investimenti sta di fatto dimezzando l’aumento del Pil e della spesa delle famiglie, riportando l’Italia in una fase di stagnazione che molti analisti ritenevano superata. L’aumento dei prezzi energetici erode i margini di guadagno delle aziende, che si trovano così costrette a riversare gli aumenti sul carrello della spesa o, nella migliore delle ipotesi, a ridurre la loro forza lavoro per non chiudere i bilanci in rosso.

L’aspetto più insidioso di questa crisi, a differenza di altre crisi passate come quella pandemica, è la sua natura esogena e prolungata: non esiste una leva interna che possa sostituire da un giorno all’altro le importazioni di petrolio e gas, né un ammortizzatore sociale in grado di assorbire l’urto di una bolletta che cresce a vista d’occhio. Le imprese, soprattutto quelle del manifatturiero energivoro (chimico, metallurgico, cartario), hanno iniziato a programmare turni di lavoro ridotti o a valutare ipotesi di cassa integrazione, mentre l’edilizia, già in difficoltà per il caro materiali, subisce l’ennesimo rinvio nei cantieri. La fiducia, quella componente immateriale ma essenziale per qualsiasi transazione economica, si è eclissata, lasciando spazio a una prudenza che rischia di trasformarsi in paralisi totale nei prossimi mesi se il costo del denaro e dell’energia non dovessero accennare una discesa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.