Il mercato del petrolio si è spezzato in due: l'Europa ora è a rischio tra guerre e mosse del Tesoro americano
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Redazione Economia
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Il tabellone dei future, che fino a poche settimane fa raccontava una storia di relativa stabilità, ora mostra una frattura netta e profonda tra i prezzi del greggio, una spaccatura che non si vedeva da oltre un decennio e che sta ridefinendo gli equilibri energetici globali. Se da un lato il Brent, il benchmark di riferimento per l’Europa, ha superato quota 114 dollari al barile, dall’altro il West Texas Intermediate americano arranca sotto i 96 dollari, ma è soprattutto sui mercati fisici del Medio Oriente che la situazione sta assumendo i contorni di una crisi senza precedenti: il greggio Dubai, infatti, è volato a 166 dollari, un record storico che fotografa il panico degli acquirenti asiatici di fronte al blocco virtuale del Canale di Ormuz. Questa divaricazione, un differenziale che per il Dubai arriva a toccare quasi 70 dollari in più rispetto al WTI, non è soltanto un dato statistico, ma rappresenta il sintomo più evidente di una guerra che ha spostato il suo epicentro proprio sulle infrastrutture energetiche, trasformando raffinerie e giacimenti in obiettivi militari e innescando una pericolosa catena di ritorsioni.
Il conflitto, che ha visto Israele colpire il gigantesco giacimento di South Pars, condiviso tra Iran e Qatar, e Teheran rispondere attaccando il complesso di Ras Laffan, ha mandato in fumo la sicurezza energetica in un colpo solo. Il gas naturale europeo, come conseguenza diretta di questi bombardamenti, ha subito un'impennata superiore al 30%, riportando il continente a quelle dinamiche di paura che sembravano ormai alle spalle, con il Regno Unito che già ipotizza razionamenti e l'industria del continente che si prepara a un nuovo, durissimo colpo alla competitività. La situazione è resa ancor più complessa dalla natura stessa del greggio, che non è tutto uguale: i bombardamenti non hanno colpito solo quantità, ma anche qualità specifiche, andando a danneggiare impianti progettati per trattare determinati tipi di petrolio e creando così strozzature difficilmente rimediabili nel breve periodo.
Il Tesoro americano tra sanzioni e dubbi
Proprio in questo contesto di estrema fibrillazione, iniziano a moltiplicarsi i sospetti e gli interrogativi sulle prossime mosse del Tesoro americano, guidato da Scott Bessent. L'amministrazione Trump, che pure ha dato il via libera all'escalation militare insieme a Israele, si trova ora a dover fare i conti con il contraccolpo interno di un rincaro dei carburanti che, a pochi mesi dalle elezioni di midterm, potrebbe rivelarsi un boomerang politico devastante per la maggioranza repubblicana. Da qui l'idea, tutta da verificare nella sua reale efficacia, di un alleggerimento delle sanzioni sul petrolio iraniano: si parla di circa 140 milioni di barili attualmente bloccati su petroliere, una goccia nel mare della domanda globale ma che la Casa Bianca valuta come possibile "calmante" per i mercati, un tentativo di immettere un po' di ossigeno in un sistema che appare in tilt.
La mossa, se confermata, avrebbe il sapore di una paradosso non da poco: mentre si combatte una guerra contro Teheran, si valuterebbe la possibilità di sbloccarne le esportazioni per contenere i danni economici del conflitto stesso. Un'iniziativa che, al netto delle dichiarazioni ufficiali, alimenta le speculazioni su una possibile spaccatura strategica tra gli obiettivi bellici a lungo termine e le necessità impellenti di un'economia americana che non può permettersi un'inflazione energetica fuori controllo. Bessent, nel frattempo, non esclude nemmeno un ulteriore prelievo dalle riserve strategiche statunitensi, un'altra opzione sul tavolo per cercare di arginare la corsa dei prezzi, ma che rappresenta comunque una misura tampone e non certo una soluzione strutturale.
L'Europa nel mirino della crisi
Per l'Europa, e per l'Italia in particolare, la situazione si tinge di tinte fosche. Il Vecchio Continente, che aveva sperato di aver lasciato alle spalle l'incubo della dipendenza energetica, si ritrova esposto come non mai al ricatto dei prezzi e alla volatilità di un mercato ormai impazzito. I quattro paesi Ue, tra cui l'Italia, che si sono detti disponibili a contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Ormuz, non hanno ancora chiarito con quali mezzi e con quali tempistiche intendano farlo, mentre la popolazione si trova a dover fronteggiare il ritorno di bollette sempre più salate. Il prezzo del gas al TTF olandese, che ha superato i 67 euro al megawattora, è un macigno che si abbatte su famiglie e imprese, rimettendo in discussione piani industriali e potere d'acquisto in un momento in cui la crescita economica mostra già chiari segni di affaticamento.
La determinazione del presidente Trump, che pubblicamente minimizza l'impatto economico dichiarando di aspettarsi "cifre peggiori" e che tutto si risolverà presto, stride con la realtà dei fatti: i mercati non credono a una soluzione rapida e gli analisti iniziano a parlare apertamente di una nuova crisi petrolifera, le cui conseguenze si estenderanno ben oltre il costo del pieno di benzina. I fertilizzanti per l'agricoltura, la plastica, i trasporti: ogni anello della catena produttiva è destinato a subire rincari a cascata. E mentre le diplomazie provano a correre ai ripari, il dado è ormai tratto: l'Europa, che non ha partecipato alla decisione di aprire le ostilità, si ritrova suo malgrado in trincea, a subire le conseguenze economiche di un conflitto deciso altrove.




