Il mercato del petrolio si è spezzato in due e l'Europa, con le sue scorte di gas assottigliate, ora osserva l'escalation mediorientale con una preoccupazione che va oltre il semplice rialzo del prezzo alla pompa.

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Da un lato, le quotazioni del Brent e del WTI, i due benchmark atlantici, restano ancorate attorno ai cento dollari al barile, un valore che per chi osserva i mercati dall’Europa o dagli Stati Uniti potrebbe apparire come il segnale di una crisi energetica sotto controllo, o quanto meno gestibile. Dall’altro lato, e qui si annida il vero nodo della questione, il greggio di Dubai e dell’Oman, che sono gli indici di riferimento per il petrolio che esce dal Golfo Persico, ha sfondato il tetto dei centocinquanta dollari al barile, toccando punte di centocinquantatré dollari.

Una forbice di oltre cinquantacinque dollari, come ha sottolineato in un'analisi il team di Natasha Kaneva di JPMorgan, che non racconta storie diverse sullo stesso bene, ma fotografa una frattura fisica del mercato: il greggio che non può più uscire dallo Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dopo l'inizio delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, è diventato merce rarissima e dal valore alle stelle per chi quel greggio lo deve comprare, ovvero i paesi asiatici.

L'illusione ottica dei prezzi e i sospetti sul Tesoro americano

Il fatto che il Brent, il nostro indice di riferimento, resti relativamente basso è in parte un'illusione ottica generata da bolle regionali di scorte, come quelle accumulate in Atlantico, e dalla struttura stessa dei meccanismi di pricing, che sconta una domanda fisica europea e americana al momento debole e in parte protetta dalle riserve strategiche. Ma è una calma che gli analisti definiscono temporanea, destinata a svanire nel momento in cui quei cuscinetti di inventario si esauriranno e la fame di energia dovrà essere nuovamente saziata con il greggio del Golfo.

Ed è qui che emergono i sospetti sulle possibili mosse del Tesoro americano guidato da Scott Bessent, il quale ha iniziato a delineare una strategia che appare quanto meno atipica: per contenere l'impennata dei prezzi e guadagnare tempo, l’amministrazione Trump starebbe valutando di alleggerire le sanzioni sul petrolio iraniano già imbarcato e in transito in mare, circa centoquaranta milioni di barili che potrebbero essere immessi sul mercato per compensare il blocco di Hormuz.

Una mossa, questa, che nelle intenzioni della Casa Bianca servirebbe a “usare il petrolio iraniano contro gli iraniani”, come ha dichiarato lo stesso Bessent, per mantenere il prezzo basso per i prossimi dieci o quindici giorni mentre prosegue la campagna militare. L'impressione, tuttavia, è che simili espedienti, seppur ingegnosi sul piano finanziario, non possano che tamponare l'emergenza senza risolvere la distorsione strutturale di un mercato che si è letteralmente spaccato in due.

L’Europa esposta tra scorte in calo e forniture diversificate

L'Unione Europea, dal canto suo, si trova a fare i conti con una doppia fragilità. Da un lato, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili è tornata a mostrare i suoi effetti perversi: sebbene le forniture siano oggi più diversificate rispetto all'inizio della guerra in Ucraina, con un ricorso massiccio al Gnl americano, la sicurezza energetica resta un “tallone d’Achille”, per usare le parole di Ben Hoff, responsabile della ricerca sulle materie prime di Société Générale.

Dall’altro lato, i dati sugli stoccaggi continentali dipingono un quadro di vulnerabilità concreta: le riserve di gas in Europa sono scese sotto la soglia del trentacinque per cento, un livello inferiore al trentanove per cento registrato nello stesso periodo dell'anno precedente. E se l’Italia, con le sue scorte ancora al di sopra della metà della capacità, sembra reggere meglio di altri, il dato tedesco, con i depositi pieni solo per un quarto, è un campanello d’allarme per l’intera economia del continente.

Non è un caso, del resto, che la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, abbia inviato una lettera ai leader dell'Unione per metterli in guardia: un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas dal Golfo, ha scritto, potrebbe avere un impatto significativo sull’economia europea, costringendo Bruxelles a valutare misure urgenti come un nuovo rilascio coordinato di riserve strategiche insieme all’Agenzia Internazionale per l’Energia.

La guerra delle infrastrutture e la minaccia ai paesi del Golfo

Il conflitto, intanto, ha definitivamente varcato la soglia che separa lo scontro militare dalla guerra economica all’energia. Dopo i raid israeliani e americani contro le installazioni iraniane di South Pars e le raffinerie di Asaluyeh, la risposta di Teheran non si è fatta attendere e ha preso di mira il cuore pulsante dell’industria energetica dei paesi del Golfo che sostengono l’offensiva occidentale.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno lanciato un avvertimento chiaro, invitando la popolazione a evacuare cinque complessi strategici in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra cui la gigantesca raffineria di Ras Laffan, il più grande hub mondiale per il gas naturale liquefatto, che è stata effettivamente colpita riportando danni estesi. La logica della rappresaglia, quel “tu hai distrutto la mia raffineria, io distruggo la tua” che in molti avevano paventato come il possibile stadio successivo della crisi, si è materializzata in una escalation che rende ormai concreto il rischio di un impatto permanente e non più contingente sul sistema energetico globale.

L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha fatto sapere di aver intercettato missili e droni nella regione orientale, mentre il ministro degli Esteri ha avvertito che il regno non cederà alla pressione e si riserva il diritto di agire militarmente. Uno scenario, questo, in cui le fiamme degli impianti bombardati disegnano una nuova geografia degli equilibri, e dove il prezzo del barile diventa solo il sintomo più evidente di una malattia che corrode le fondamenta stesse dell'approvvigionamento energetico mondiale.

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