Meloni chiede lo stop al Patto di stabilità, ma Bruxelles dice no: è scontro sulla crisi mediorientale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La relazione, quella tra Palazzo Chigi e le istituzioni europee, è stata fin qui piuttosto lineare, se non addirittura improntata a una cauta reciproca tolleranza: da un lato, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha incassato il via libera – seppur con molte riserve giuridiche – a iniziative controverse come il protocollo Italia-Albania per la gestione dei flussi migratori; dall’altro, Bruxelles ha evitato di alzare il tono dello scontro politico, preferendo una pragmatica attesa. Eppure, proprio quando il governo italiano sembrava aver trovato un equilibrio negoziale con la Commissione, ecco che la premier ha deciso di forzare la mano su un terreno minato: il Patto di stabilità e crescita.

La richiesta di Meloni: «Non deve essere un tabù»

In un’informativa urgente alla Camera – convocata per fare il punto sull’azione del governo – Giorgia Meloni ha riacceso i riflettori su un dossier che a Bruxelles è sempre stato trattato con il rigore dei numeri, e poco incline alle suggestioni politiche. «Se la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova escalation», ha dichiarato la presidente del Consiglio, «dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea». Paragonando l’attuale situazione a quella pandemica, Meloni ha suggerito un approccio simile a quello adottato nel 2020, quando le regole fiscali vennero sospese per fronteggiare l’emergenza. «Non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita», ha scandito, precisando però che un eventuale congelamento dovrebbe avvenire su base generale, e non come deroga nazionale.

Il no di Bruxelles: dati contro politica

Proprio qui si consuma il primo vero strappo con l’Unione europea. Dopo aver tollerato le scelte migratorie dell’Italia – alcune delle quali, va detto, considerate al limite della normativa comunitaria – e aver evitato finora qualsiasi polemica di peso con Roma, l’Ue ha respinto l’idea di una sospensione del Patto. La posizione, espressa da fonti europee, è netta: il Patto di stabilità è stato appena riformato e le nuove regole, frutto di un lungo compromesso tra i Ventisette, non prevedono clausole di salvaguardia legate a crisi geopolitiche, bensì solo a shock economici generalizzati e debitamente certificati. L’argomento portato da Meloni – il possibile aggravamento del conflitto in Iran e le sue ricadute sull’economia – è ritenuto a Bruxelles ancora troppo astratto per giustificare una misura così radicale.

La tempistica politica e le reazioni in aula

La scelta della premier di riaprire il dossier in questo momento, forse con un certo anticipo rispetto all’evoluzione reale della crisi, non è passata inosservata. In aula, le opposizioni hanno subito attaccato: l’ipotesi di sospendere le regole fiscali sarebbe, secondo alcuni gruppi parlamentari, il sintomo di un fallimento annunciato della politica economica del governo. Meloni, dal canto suo, ha provato a blindarsi sul terreno della responsabilità politica, ricordando l’impegno preso con gli italiani sulla riforma della giustizia – tema peraltro sconfitto al recente referendum – e ribadendo che «la nostra coscienza è a posto». Ma l’affondo sul Patto di stabilità resta, per molti osservatori, un tentativo di spostare l’attenzione da questioni interne a un palcoscenico europeo, dove l’Italia cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista.

Un precedente che non si ripete

Quello che Meloni chiede, in sostanza, è una replica della clausola di sospensione attivata durante la pandemia. Ma Bruxelles ricorda che quella fu una misura straordinaria, legata a un’emergenza sanitaria globale con effetti economici immediati e documentati. L’attuale crisi mediorientale, per quanto grave, non ha ancora prodotto uno choc paragonabile, e la Commissione non intende aprire un varco che altri paesi – dalla Francia all’Italia stessa – potrebbero sfruttare per ottenere deroghe permanenti. Il no, per ora, è secco. Resta da vedere se Meloni insisterà, magari spalleggiata da altri governi europei sensibili al tema della difesa e delle spese per la sicurezza. Ma in questa partita, l’asse Roma-Bruxelles mostra la sua prima, vera crepa.

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