Il rischio economico per Firenze e per l’agroalimentare nella crisi mediorientale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Le ripercussioni economiche del conflitto allargatosi all’Iran, con il conseguente blocco de facto dello Stretto di Hormuz e le operazioni militari denominate “Ruggito del leone”, iniziano a delinearsi con contorni preoccupanti per il tessuto produttivo italiano, sebbene con intensità diverse da settore a settore e da territorio a territorio. Se da un lato l’export nazionale cerca di trovare nuove direttrici, dall’altro la filiera agricola, già provata da precedenti crisi, si trova a fare i conti con una nuova impennata dei costi di produzione che, prevedibilmente, finirà per gravare sulle tasche dei consumatori. L’allarme, in questo senso, arriva da più voci, incrociando dati e analisi che dipingono uno scenario complesso e in rapida evoluzione.
Uno dei territori che emerge come particolarmente esposto a queste turbolenze geopolitiche è l’area metropolitana di Firenze. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confartigianato, la provincia si posiziona oggi al secondo posto in Italia per valore dell’export destinato ai paesi del Medio Oriente, preceduta soltanto da Milano. Questo primato, che da un lato testimonia la vitalità e la capacità di penetrazione internazionale del sistema produttivo locale, con i suoi distretti della moda, della meccanica e della farmaceutica, dall’altro rappresenta una vulnerabilità non indifferente in un momento di così acuta instabilità regionale. Il blocco delle rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per i commerci con l’area del Golfo, rischia di interrompere flussi commerciali consolidati, creando difficoltà per le imprese che hanno in quei mercati uno sbocco fondamentale per i propri prodotti. Sebbene i dati più recenti mostrino una crescita impressionante dell’export fiorentino verso paesi come l’Arabia Saudita -1, è proprio questa forte interdipendenza a generare preoccupazione: una flessione della domanda o una paralisi logistica in quella regione produrrebbe effetti a catena immediati sul fatturato di molte aziende del territorio.
Parallelamente ai rischi per l’export manifatturiero, un’altra emergenza si addensa sul fronte agricolo e alimentare, con potenziali ricadute macroeconomiche di vasta portata. L’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche, conseguenza diretta del conflitto, ha un impatto immediato sulla produzione di fertilizzanti. Il gas naturale, infatti, è la materia prima essenziale per la sintesi dell’ammoniaca, da cui si ricavano i fertilizzanti azotati, e il suo rincaro si sta già traducendo in un’impennata dei costi per gli agricoltori. Il Centro Studi Divulga, diretto da Felice Adinolfi, ha messo in guardia su un possibile effetto domino: l’aumento del costo dell’urea e di altri concimi, il cui commercio passa in larga parte attraverso lo Stretto di Hormuz, potrebbe portare a una prima ricaduta sul prezzo del grano a livello mondiale, con una stima di incremento che potrebbe toccare il 20 per cento. Questo scenario, come sottolineato dallo stesso Adinolfi, finirebbe per aumentare i costi di produzione degli agricoltori, i quali, a stretto giro, sarebbero costretti a riversare questi rincari sui prezzi al dettaglio, con una previsione di un’inflazione aggiuntiva di almeno mezzo punto percentuale per il solo carrello della spesa. Non va dimenticato, in questo contesto, che l’Europa, povera di queste materie prime, si ritrova ancora una volta nella posizione di chi subisce gli shock esogeni, vedendo erosa la competitività delle proprie imprese agricole.
Il settore melicolo, tra allarme e monitoraggio
In questo quadro di generale incertezza, alcuni comparti cercano di fornire un quadro meno fosco, almeno per il momento. È il caso della produzione di mele, per la quale i consorzi italiani, riuniti in Assomela, hanno voluto fare il punto della situazione a una settimana dall’inizio delle ostilità. Il presidente Ennio Magnani ha dichiarato che il comparto ha sostanzialmente retto all’urto iniziale, con le difficoltà sullo Stretto di Hormuz che hanno toccato solo lateralmente le attività commerciali. “Ad oggi i carichi stanno arrivando”, ha affermato, specificando che i porti principali dell’area risultano ancora operativi, e che la qualità intrinseca delle mele, che ben si prestano a una conservazione prolungata anche su lunghe tratte, consente di affrontare imprevisti logistici. Il direttore Giovanni Missanelli ha inoltre aggiunto che il periodo stagionale gioca a favore del settore, trovandosi ormai nella fase finale della campagna commerciale verso il Medio Oriente, in vista dell’arrivo del prodotto dall’emisfero sud, il che riduce il volume di merce italiana potenzialmente a rischio. Un fattore, questo, che ha permesso di guardare con relativa fiducia ai prossimi mesi, pur ribadendo la necessità di un monitoraggio costante.
I costi di produzione e il rischio inflazione
Tuttavia, la tregua per il settore delle mele non deve trarre in inganno sulla fragilità complessiva del sistema. L’allarme lanciato da Coldiretti Toscana, per voce della presidente Letizia Cesani, richiama l’attenzione sul pericolo di un nuovo shock energetico che replica gli effetti nefasti della guerra in Ucraina. Il conflitto in Iran, in tal senso, rischia di rimettere in moto la risalita dei prezzi dei fattori produttivi: i fertilizzanti, dopo quattro anni, sono ancora più cari del 49% rispetto al periodo pre-crisi, mentre l’energia ha subito un rincaro del 66%. Le aree oggi interessate dal conflitto, non va dimenticato, forniscono oltre un terzo dei fertilizzanti utilizzati a livello globale, e qualsiasi interruzione avrebbe un impatto diretto e immediato sui costi di gestione delle aziende agricole, con inevitabili ricadute sui prezzi al consumo. L’aumento del costo del gasolio agricolo, che in alcune regioni ha già toccato punte del 40%, e quello dell’urea, passata da 50 a 70 euro al quintale in Puglia secondo Coldiretti -2, sono i primi segnali di una tempesta perfetta che rischia di abbattersi sul settore primario, in un momento in cui le imprese non hanno ancora assorbito i rincari precedenti.
Il nodo logistico dello Stretto di Hormuz
Il cuore pulsante di questa crisi logistica è, senza dubbio, lo Stretto di Hormuz, il cui blocco di fatto sta creando scompiglio nelle catene di approvvigionamento globali. Le principali compagnie di navigazione hanno sospeso le traversate, e i porti strategici come Jebel Ali o Fujairah vedono congestioni e ritardi. Se per le mele, come detto, i carichi procedono, per altre merci il rischio di rimanere bloccate è concreto. Il problema non riguarda solo il settore agricolo: l’intera filiera industriale ed energetica dipende da quel passaggio. L’attacco con droni a un impianto di GNL in Qatar ha ulteriormente evidenziato la fragilità del sistema, rafforzando il legame tra shock energetico e conseguenze per l’agricoltura, che si trova a dover fronteggiare non solo il caro-gasolio ma anche l’aumento vertiginoso dei prezzi dei fertilizzanti azotati. La situazione rimane fluida e in continua evoluzione, con gli operatori economici costretti a rivedere giorno per giorno le proprie strategie, nella speranza di un rapido ridimensionamento del conflitto.




