Esplosione in via Nizza a Torino, Giovanni Zippo condannato a 27 anni per la morte di Jacopo Peretti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d'Assise di Torino ha chiuso il capitolo giudiziario di primo grado su una delle vicende di cronaca che hanno maggiormente scosso il capoluogo piemontese nell'estate del 2025. Il verdetto, arrivato dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha inflitto a Giovanni Zippo, ex guardia giurata di 41 anni, una condanna a 27 anni di reclusione per l'esplosione che il 30 giugno di quell'anno devastò un palazzo di via Nizza 389, causando la morte del giovane Jacopo Peretti e il ferimento di diversi residenti.

La pena comminata dai giudici ha superato addirittura la richiesta della procura, che aveva sollecitato 25 anni di carcere per i reati di omicidio volontario, disastro e lesioni personali.

La dinamica dell'esplosione e la ricostruzione dell'accusa

La notte del 30 giugno 2025, poco dopo le tre del mattino, una violentissima deflagrazione squarciò il silenzio del quartiere. L'esplosione, originata al quinto piano dello stabile, fece crollare parte del tetto e devastò gli appartamenti circostanti, trasformando il palazzo in un cumulo di macerie e fiamme. Secondo la ricostruzione delle indagini coordinate dalla sostituta procuratrice Chiara Canepa e dal procuratore aggiunto Emilio Gatti, l'incendio non fu affatto accidentale.

Giovanni Zippo, spinto da un movente di gelosia e vendetta nei confronti della sua ex compagna, che in quel periodo si trovava in vacanza all'isola d'Elba, si introdusse nell'appartamento della donna con le chiavi in suo possesso e vi cosparse della benzina, appiccando poi il fuoco con della carta igienica. Le fiamme, alimentate dal liquido infiammabile, innescarono un'esplosione le cui conseguenze si rivelarono ben più gravi di quanto l'uomo avesse forse previsto, travolgendo anche gli alloggi vicini.

La vittima e le conseguenze del disastro

A pagare con la vita quella furia distruttiva fu Jacopo Peretti, un trentatreenne di Mazzè che si trovava a dormire nell'appartamento adiacente a quello da cui si era sviluppato l'incendio. Il suo corpo, rimasto intrappolato e avvolto dalle fiamme sotto il peso delle macerie, venne ritrovato senza vita dai soccorritori. La deflagrazione non risparmiò altri residenti: un bambino di soli 12 anni riportò ustioni gravissime, mentre diversi altri condomini rimasero feriti e quindici famiglie furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, rese inagibili.

Per domare l'inferno che si era scatenato, i vigili del fuoco impiegarono circa sei ore, con 73 squadre e l'utilizzo di ben 40mila litri d'acqua, una mole paragonabile al carico di sette Canadair.

Il processo e le diverse versioni dell'imputato

Il processo, iniziato il 3 marzo 2026, ha messo a confronto la tesi dell'accusa, che ha dipinto un quadro di premeditazione e consapevolezza del pericolo, e la strategia difensiva dell'avvocato Basilio Foti. Per la procura, Zippo non agì d'impulso: le indagini hanno rivelato che nei giorni precedenti l'uomo aveva effettuato ricerche online su prodotti infiammabili e che il suo gesto, come sostenuto in requisitoria dal procuratore aggiunto Gatti, non fu "un colpo di testa" ma un'azione pianificata che implicava l'accettazione del rischio di una strage.

La difesa ha invece cercato di ridimensionare la volontà omicida dell'imputato, sostenendo che Zippo, descritto come "un buono che non è in grado di andare oltre il danneggiamento", intendesse soltanto rovinare mobili e vestiti per un "dispetto", essendo certo che la donna non si trovasse in casa. L'uomo stesso, in un interrogatorio, aveva ammesso di aver avuto "un'idea malsana", confessando: "Non ero più un uomo, valevo meno di una pietra".

La sentenza e le reazioni in aula

Il verdetto della Corte d'Assise è stato netto e, inaspettatamente, più severo delle richieste del pubblico ministero. Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno disposto provvisionali immediatamente esecutive per oltre 1,7 milioni di euro in favore delle parti civili costituitesi, che includevano la famiglia della vittima e i residenti feriti. Durante la lettura del dispositivo, Giovanni Zippo, rimasto in piedi e apparentemente impassibile con i pugni chiusi sul banco, ha infranto il suo muro di indifferenza solo nell'abbraccio con i genitori presenti in aula, scoppiando in lacrime.

Il padre Domenico Zippo ha commentato il gesto del figlio definendolo "una cavolata", mentre la madre Antonietta Calò ha espresso la sua preoccupazione per le condizioni psicologiche del condannato, temendo che possa ripetere il tentativo di suicidio già compiuto in passato. Di opposto tenore la reazione del padre di Jacopo Peretti, che all'uscita dall'aula ha affidato il suo commento alla sola, lapidaria frase: "Il commento migliore è stata la sentenza".

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