Due ori nello slittino doppio e l’Italia è terza nel medagliere

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte dell’11 febbraio 2026, sotto il profilo azzurro e con il vento gelido che tagliava il traguardo della pista “Eugenio Monti” a Cortina d’Ampezzo, la delegazione italiana ha piazzato una doppietta storica, destinata a pesare come un macigno nella contabilità del medagliere; e l’ha fatto con lo slittino, disciplina di precisione e coraggio, che non regala nulla e pretende tutto. Nel giro di sessanta minuti, Andrea Vötter e Marion Oberhofer prima, Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner poi, hanno infilato due perle nel collier azzurro, consegnando all’Italia la terza posizione nella classifica per nazioni, alle spalle di potenze storicamente abituate a mietere allori sulle piste di ghiaccio -2-6-10.

Vötter e Oberhofer, entrambe altoatesine, hanno scritto una pagina che i manuali dello sport olimpico difficilmente potranno ignorare: il doppio femminile, infatti, debuttava proprio in questa edizione dei Giochi, e le due azzurre ne sono diventate le prime regine assolute. Le loro due discese, chiuse nel complesso in 1 minuto e 46 secondi e 284 millesimi, hanno lasciato le tedesche Eitberger e Matschina a un pugno di centesimi – esattamente 120 – e le austriache Egle e Kipp poco più indietro -10. Il tempo, su quella pista, sembrava essersi fermato a osservare, complice anche la presenza, sugli spalti, di Armin Zöggeler, il leggendario “mago di Lasa”, colui che con sei medaglie in altrettante edizioni dei Giochi ha costruito un monumento invisibile ma solido su cui oggi una generazione intera può poggiare i remi -2.

Pochi istanti dopo, quando l’eco del primo oro non si era ancora spenta, è toccato agli uomini. Rieder e Kainzwaldner – anche loro figli dell’Alto Adige e della scuola di slittino che in quella terra ha radici profonde quanto i monti – hanno confezionato una rimonta da manuale nella seconda manche, scavalando la coppia austriaca Steu e Kindl, sprofondata poi nell’argento, e rimontando gli statunitensi Mueller e Haugsjaa, i quali, dopo aver condotto la prima frazione, hanno subìto un crollo tecnico e nervoso che li ha spediti al sesto posto -10. Il boato del pubblico, quando i due azzurri hanno tagliato il traguardo, ha attraversato il bacino ampezzano e si è propagato fino a Milano, dove il medagliere, intanto, cambiava volto.

Quella stessa sera, però, non viveva di sole medaglie d’oro. L’attesa per il biathlon femminile – prova individuale sui 15 chilometri – aveva convogliato i riflettori su Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer, reduci dall’argento nella staffetta mista e candidate a un podio che sembrava alla portata. E invece la pista ha imposto il suo verdetto: Julia Simon, la francese, ha dettato un ritmo infernale, e le azzurre hanno pagato dazio al poligono, con errori che hanno compromesso la rimonta -10. Wierer, quinta, ha ammesso senza infingimenti la fatica fisica e il rammarico per quel singolo errore al tiro che, nei bilanci di fine gara, pesa come un macigno -10.

Parallelamente, il pattinaggio di figura regalava una prestazione di altissimo profilo firmata Daniel Grassl. L’azzurro, nel programma corto maschile, ha incendiato l’arena con una combinazione tecnica di rara pulizia – quadruplo lutz-triplo toeloop, quadruplo loop, triplo Axel – e ha convinto i giudici fino a ottenere 93.48 punti, a un soffio dal suo personale e, soprattutto, a una distanza siderale dalla mediocrità: quarto posto, dietro mostri sacri come Ilia Malinin, e la sensazione netta che il meglio debba ancora venire -4-8.

La giornata si è chiusa con il debutto dell’hockey su ghiaccio maschile, che ha opposto l’Italia alla Svezia; i nordici, va detto, schieravano venticinque elementi provenienti dalla National Hockey League, un lusso che pochi possono permettersi e che trasforma ogni incontro in una battaglia tra Davide e Golia, dove però, a volte, la fionda può funzionare se la mano è ferma.

Il medagliere, nel frattempo, racconta di un’Italia che non si accontenta: due ori, due argenti e sette bronzi sono la fotografia scattata al termine delle competizioni dell’11 febbraio, e il computo include anche il metallo più pregiato conquistato nello short track misto, oltre al bronzo nel doppio misto di curling, risultati che certificano una varietà di specialità in cui il movimento azzurro ha smesso da tempo di fare la comparsa -3-8.

Sulla pista di Cortina, intanto, restano le tracce dei pattini di Vötter e Oberhofer, di Rieder e Kainzwaldner. Lo Sliding Center intitolato a Monti ha ospitato due gare perfette, quelle in cui non c’è margine per l’errore e dove il centesimo di secondo separa l’immortalità dall’anonimato. I quattro altoatesini, adesso, sono dall’altra parte di quella linea sottile.

Il doppio che non ti aspetti: dai favoriti ai crolli, il ghiaccio è giudice severo

La seconda manche del doppio maschile ha assunto i contorni di una tragedia ellenica per gli statunitensi Mueller e Haugsjaa, i quali, partiti in pole position dopo la prima run, hanno assistito impotenti al risucchio della pista. È accaduto tutto in pochi secondi: la loro coppia, data per favorita e sostenuta da una federazione che investe capitali enormi nello slittino, ha perso progressivamente aderenza e velocità, tradita forse da una lama o da un appoggio impercettibile ma decisivo -10.

Gli azzurri, invece, hanno interpretato la pressione come carburante. Rieder e Kainzwaldner, quarti al termine della prima discesa, hanno limato i millesimi curva dopo curva, e quando il tabellone ha certificato il sorpasso sugli austriaci Steu e Kindl, l’urlo del pubblico ha sovrastato persino il sibilo dei pattini.

Biathlon, il rammarico non cancella i progressi di un intero movimento

Nella prova individuale femminile dei 15 chilometri, Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi hanno inseguito a lungo il podio senza riuscire ad agguantarlo. Il poligono, come spesso accade in questa disciplina, ha distribuito giustizia sommaria: la francese Simon, implacabile, ha azzerato gli errori, mentre le italiane hanno pagato un prezzo salato per imprecisioni che, in condizioni normali, avrebbero potuto essere riassorbite -10.

Wierer, al termine della gara, ha parlato di sensazioni fisiche non ottimali e di un errore che pesa come un macigno; ma il quinto posto, in un’Olimpiade che vede partire ogni mattina cento atlete pronte a divorare il tracciato, non può essere archiviato come una sconfitta. È, semmai, la cartina di tornasole di una competitività che abbraccia ormai tutto il team azzurro, staffette comprese, dove l’argento conquistato nei giorni scorsi continua a splendere -3.

Grassl e il pattinaggio: la matematica non basta, serve il cuore

Daniel Grassl ha danzato sul ghiaccio come si recita un sonetto: ogni sillaba al posto giusto, ogni pausa calibrata. Il quadruplo lutz-triplo toeloop è uscito pulito, il quadruplo loop ha sfiorato la perfezione, e il triplo Axel ha chiuso una sequenza che ha fatto trattenere il fiato ai settemila dell’Arena -4-8.

Eppure il quarto posto, in una gara che premia i primi tre, ha il sapore amaro del podio mancato per un soffio. Grassl ha superato il suo record stagionale, ha gareggiato davanti al pubblico di casa, ha mostrato un controllo emotivo che in passato gli era talvolta sfuggito; ma Malinin, l’americano dai superpoteri, viaggia su un altro pianeta, e l’Italia del pattinaggio di figura – reduce dal bronzo olimpico nel team event – deve accontentarsi di sapere che il suo uomo di punta è lì, a un passo, e che il divario non è più un abisso -8.

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