Lavoro dopo la laurea, la classifica 2026: dal Politecnico di Bari a Unimc, ecco gli atenei che garantiscono l’impiego

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Scegliere l’università giusta, oggi, significa molto più che appuntarsi al petto un distintivo d’onore accademico: significa investire concretamente sulla propria sopravvivenza nel mercato del lavoro. Se fino a qualche anno fa il prestigio dell’ateneo – o la sua storia secolare – rappresentava il principale, se non l’unico, criterio di selezione per una famiglia, i numeri freschi del Rapporto Almalaurea 2026 ridisegnano completamente la mappa delle priorità.

E lo fanno spostando l’asticella dell’attenzione proprio su quell’esito finale che trasforma una maturità sudatissima in uno stipendio: la capacità di piazzare i propri laureati, e di farlo in tempi rapidi. Il Consorzio, che ha analizzato i profili di oltre 335mila neo-dottori provenienti da 81 atenei, certifica una verità scomoda per le vecchie glorie e rassicurante per chi si affaccia ora all’immatricolazione: alcune università italiane sono riuscite a costruire un ponte solido con le imprese, mentre altre si limitano ancora a consegnare il titolo.

Il primato del Sud e l’eccellenza dei politecnici

Contro ogni stereotipo che vuole il Nord come unica terra promessa per i talenti, è una realtà meridionale a dettare il passo per quanto riguarda le lauree magistrali. Stiamo parlando del Politecnico di Bari, che con un tasso di occupazione del 92,9% a un anno dal titolo si posiziona al secondo posto in Italia – distanziando di un soffio il più blasonato Politecnico di Torino (fermo al 93%) – e supera la media nazionale di oltre dodici punti percentuali.

Il dato non è un fuoco di paglia, perché se si allunga lo sguardo a cinque anni dalla laurea, la percentuale degli occupati tra i baresi tocca quota 98%, con un tasso di disoccupazione che sfiora lo zero (0,6%) e con più di sette laureati su dieci (72,3%) che vantano un contratto a tempo indeterminato. Un risultato, questo, che il rettore Umberto Fratino definisce come la prova che "un giovane ateneo del Sud possa affermarsi ai più alti livelli di qualità", fungendo da volano per il territorio e per il futuro dei propri talenti.

Ma non è l’unico faro acceso nel Mezzogiorno: l’Università di Palermo, sebbene partisse da basi più difficili, registra una rimonta clamorosa portando il tasso di occupazione dei suoi laureati magistrali a cinque anni dall’83,7% al 93,4%.

Macerata e la valigia dei siciliani: due facce della stessa medaglia

Spostando lo sguardo sulle regioni centrali e su quelle che un tempo erano considerate "fabbriche di disoccupati" – come la Sicilia – si scoprono realtà a dir poco sorprendenti. L’Università di Macerata (Unimc), nelle Marche, celebra un vero e proprio record nell’area di Educazione e Formazione a ciclo unico: qui, a cinque anni dal titolo, lavora il 100% degli ex studenti, un primato assoluto su 27 atenei monitorati.

Non solo: i laureati in Giurisprudenza toccano il 98,5%, sette punti sopra la media italiana, mentre a livello generale, il 90,6% dei magistrali trova collocazione con un miglioramento costante anno su anno. E se la narrazione comune vuole i giovani siciliani costretti a fare i conti con la valigia di cartone per cercare fortuna al Nord, i dati raccontano una parabola diversa.

La Sicilia, infatti, sta tentando di riscrivere questa storia attraverso una maxi-ondata di assunzioni nel settore pubblico che ha preso il via proprio nel 2026: bandi in Regione, assunzioni nelle Asp (Aziende Sanitarie Provinciali) e selezioni in enti come la Banca d’Italia stanno trattenendo sul territorio i talenti che, fino a ieri, sarebbero scappati.

Brescia, Camerino e l’efficacia del titolo triennale

Non si vive però solo di magistrali, e il Rapporto 2026 premia anche quegli atenei che riescono a rendere spendibile il titolo triennale quasi immediatamente. L’Università di Brescia, in questo senso, fa da apripista: il tasso di occupazione dei laureati di primo livello a un anno dalla laurea schizza al 93,2%, un valore che lascia a bocca aperta se confrontato con la media regionale ferma all’85%.

Praticamente, nella città lombarda, uscire dalla triennale significa quasi certamente avere già un contatto concreto con il mondo del lavoro, tanto che quasi la metà degli occupati (48%) vanta già un contratto a tempo indeterminato. Ottimi risultati arrivano anche dall’Università di Camerino (Unicam), dove il tasso di occupabilità a un anno per i triennali si attesta al 79,1% – sopra la media nazionale – mentre per i magistrali a cinque anni si sale al 92,8%.

In questo caso, inoltre, colpisce la capacità di internazionalizzazione dell’ateneo, con una percentuale di laureati stranieri (l’11,6% totale, che sale al 21,4% nelle magistrali) che doppia abbondantemente i competitor. A chiudere il cerchio delle eccellenze ci pensa l’Università della Valle d’Aosta (Univda), dove nonostante le piccole dimensioni, i due corsi magistrali presenti registrano il 100% di occupati.

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