Pressione, soglie mobili e mezzo secolo di abbassamenti: quando si è davvero ipertesi?
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Redazione Salute
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Non esiste una risposta univoca, e forse è proprio questa l'unica certezza che emerge dall'ultima analisi guidata dall'Università di Bologna. Per decenni, la medicina ha inseguito un bersaglio mobile – quello della pressione arteriosa ideale – e oggi, complice la pubblicazione di ben trentadue diverse linee guida globali, ci troviamo di fronte a un paradosso clinico: la definizione stessa di “iperteso” cambia a seconda del paese in cui ci si trova o, più semplicemente, dell’opuscolo scientifico che il medico decide di consultare.
Dal “100 più l’età” ai limiti di oggi, lo scandire del tempo ha riscritto le regole del cuore
Chi ricorda la formula spicciola del “100 più l’età” ha ben presente quanto fosse fluido il concetto di normalità. Negli anni Settanta, considerando una persona di cinquant’anni, si parlava di ipertensione solo ben oltre il fatidico 150. L’evidenza storica, ricostruita dai ricercatori dell’Alma Mater, racconta però una discesa inesorabile: si è scesi prima a 160/95, poi a 140/90, parametri che per anni hanno rappresentato il faro diagnostico. Oggi, lo scenario è frastagliato; alcune delle linee guida più recenti, in particolare quelle statunitensi ed europee, hanno osato un ulteriore passo, collocando la soglia diagnostica a 130/80, valore che fino a ieri veniva considerato un traguardo ottimale per la salute cardiovascolare di molti. A complicare il quadro, notano gli studiosi, c’è chi, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o il sistema sanitario inglese, ha scelto di mantenere ferma la barricata a 140/90, creando una forbice di incertezza che finisce per ricadere direttamente sulla poltrona dello specialista.
Numeri da capogiro e l’effetto domino sugli over 50, ecco la “medicalizzazione” di massa
L’impatto di questi aggiustamenti numerici non è affatto astratto. La pressione sistolica media di un cittadino italiano che ha superato i cinquant’anni, spiega Lamberto Manzoli (docente dell’Università di Bologna che ha coordinato l’indagine), si aggira infatti intorno a 130 mmHg. Se si adottasse il parametro più stringente, milioni di persone in Italia, attualmente considerate normotese o a rischio basso, si ritroverebbero – da un giorno all’altro – con un’etichetta di malattia cronica. Questo slittamento semantico ha conseguenze pesantissime: non solo si allarga a dismisura la platea dei soggetti candidati a una terapia (con i relativi costi per il sistema sanitario), ma chi era già in cura rischia di non centrare più i nuovi target, spingendo i medici a dover aumentare i dosaggi dei farmaci.
Dubbi in ambulatorio e l’incognita dei costi, la salute pubblica in bilico
L’analisi, pubblicata sulla rivista Medical Sciences, non si limita a fotografare il passato, ma evidenzia una contraddizione attuale. Da un lato, abbassare i limiti può essere utile per intercettare il rischio cardiovascolare in fase precoce, intervenendo con modifiche dello stile di vita prima che il danno sia irreversibile; dall’altro, si rischia di trasformare in malati milioni di persone sane che magari non avrebbero mai sviluppato un evento avverso. Questa divergenza di opinioni tra le società scientifiche genera – parola dei ricercatori – “incertezza” persino tra i medici di famiglia, chiamati a scegliere se attenersi allo standard più prudente o a quello più aggressivo. La situazione si complica ulteriormente con la crescente tendenza dei cittadini a informarsi in autonomia sul web, consultando talvolta fonti discordanti che aumentano la confusione invece di dissiparla.
Cifre mondiali e una divisione che non accenna a ricomporsi
Con circa 1,4 miliardi di persone già oggi sotto il cappello della diagnosi (dai 30 ai 79 anni), la posta in gioco è altissima. L’ipertensione rimane il killer silenzioso per eccellenza, fattore di rischio primario per infarti e ictus. Eppure, mentre la ricerca avanza, la comunità medica sembra divisa in due fazioni: chi vede nel numero “120/80” l’inizio della ‘zona grigia’ da monitorare, e chi lo considera ancora un valore fisiologico. Questa dicotomia, che si riflette nelle carte di lavoro degli ospedali, è la vera eredità di questa revisione storica.




