La manovra dà il via libera alla tassa da due euro sui pacchi extra-Ue

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'iter della Legge di Bilancio 2026 si avvia alla conclusione, confermando, nonostante le vive polemiche degli ultimi mesi, uno degli interventi più discussi: il contributo fisso di due euro per le spedizioni di piccolo valore provenienti da Paesi extraeuropei. L'emendamento, che non ha subito modifiche sostanziali neppure nell'ultimo passaggio in Commissione Bilancio, prevede l'applicazione del tributo a tutti i pacchi di valore inferiore ai 150 euro, a partire dal primo gennaio del prossimo anno. Una misura, questa, che i grandi marketplace transcontinentali, da Alibaba a Temu, hanno apertamente contrastato, ritenendola un ostacolo agli scambi commerciali, ma che il legislatore ha ormai imboccato senza ripensamenti, puntando a ridisegnare il prelievo fiscale sul settore dell'e-commerce.

Un gettito dall'impatto macroeconomico e il caso emblematico del tonno

La portata della misura, in realtà, va ben oltre la semplice quotidianità dell'acquirente online, toccando da vicino gli equilibri di interi settori importatori. La logica sottostante, infatti, non si limita a recuperare risorse dalle spese più occasionali, ma interviene su un flusso doganale diventato ormai imponente. Un esempio chiarificatore, per molti versi, è offerto proprio dalle statistiche sulle importazioni ittiche. Nei primi nove mesi del 2025, l'Unione europea ha importato tonno e specie affini per ben 568.716 tonnellate, con un incremento del 10% sui volumi e del 9% sul valore, per un totale di oltre 2,6 miliardi di euro. Di questo mercato, caratterizzato da una dipendenza strutturale dalle forniture esterne, tre Paesi – Spagna, Italia e Francia – detengono da soli il 64% dei volumi, dimostrando quanto il comparto, pur essendo di largo consumo e integrato industrialmente, dipenda in modo cruciale dagli approvvigionamenti internazionali.

La questione dei volumi e il peso reale sui consumatori finali

Proprio la vastità di questi numeri aiuta a comprendere la posta in gioco, che non è affatto simbolica. La domanda su quanti pacchi giungano ogni giorno in Italia dall'estero, sollevata durante il dibattito parlamentare, contiene in sé la risposta alle preoccupazioni di molti. L'imposta, sebbene apparentemente modesta, finisce per assumere un peso specifico notevole, poiché grava su un volume di traffico enorme e in costante crescita, rischiando di ricadere, in ultima analisi, più sulle spalle dei consumatori che non sugli enormi bilanci delle piattaforme. Queste ultime, dal canto loro, potrebbero infatti essere spinte a ricalibrare i costi di spedizione o i prezzi stessi dei prodotti, trasferendo almeno in parte l'onere verso chi acquista, in un settore dove la concorrenza si gioca spesso su differenze di pochi centesimi.

Uno strumento fiscale dalle molteplici implicazioni

La tassa, dunque, si configura come uno strumento dalle implicazioni multiple. Da un lato, rappresenta un tentativo di riequilibrio fiscale in un mercato, quello delle importazioni a basso valore, tradizionalmente poco tassato; dall'altro, introduce una micro-barriera che potrebbe influenzare le abitudini d'acquisto e i modelli di business. La sua introduzione, ormai probabile, arriva in un contesto europeo dove la dipendenza dalle importazioni per certi beni di massa – come dimostra il caso del tonno – è un dato strutturale e difficilmente modificabile nel breve periodo. L'efficacia della misura, al di là del gettito immediato, si misurerà proprio nella sua capacità di incidere su questi flussi consolidati, senza peraltro generare distorsioni eccessive o oneri amministrativi sproporzionati per gli operatori, in un panorama giudiziario che, per altre questioni di cronaca nera legate al commercio, vede inchieste approfondirsi sui canali della logistica globale.

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