“Alla festa della rivoluzione”, il film su Fiume e D’Annunzio tra storia e spy story
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un sostegno da trecentomila euro, quello erogato dalla Regione attraverso la Friuli Venezia Giulia Film Commission, a fare da traino a “Alla festa della rivoluzione”, l’ultima fatica di Arnaldo Catinari che approda sul grande schermo. Il film, la cui anteprima si è svolta nel pomeriggio di ieri – martedì 7 aprile – nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera, è stato presentato con un intervento in videocollegamento del vicepresidente dell’assemblea, Giorgio Mulè, a testimonianza dell’interesse istituzionale per un’opera che pesca a piene mani da una pagina tra le più controverse del nostro Novecento. L’uscita è fissata per la prossima settimana, con 01 Distribution che curerà la distribuzione nelle sale, mentre le riprese, va ricordato, hanno interessato da vicino il territorio del Friuli Venezia Giulia: Udine, Trieste e Gorizia hanno fatto da sfondo, regalando al racconto quella consistenza geografica che, nelle intenzioni del regista, doveva restituire il peso specifico di un confine che è stato, ed è ancora, crocevia di sangue e cultura.
L’impresa di Fiume e lo snodo della vittoria mutilata
Siamo nel settembre del 1919, quando un manipolo di legionari guidati dal Vate, Gabriele D’Annunzio, osò sfidare le potenze alleate per impossessarsi della città adriatica di Fiume. Non si trattò di una semplice occupazione militare, bensì di una vera e propria recita politica destinata a durare sedici mesi, in cui il poeta-soldato tentò di forzare la mano alla classe dirigente italiana, esasperata dal mito della “vittoria mutilata”. Catinari, però, non si limita alla pedissequa ricostruzione storica; trasforma quell’evento in materiale narrativo per una spy story avvolta in un vortice di tradimenti, segreti e menzogne, dove la rivoluzione estetica e libertaria – fatta di riti futuristi e sperimentalismi – finisce per scontrarsi con la realpolitik più spietata.
A differenza di altri prodotti culturali coevi che hanno riletto la stagione fiumana, come il documentario “Fiume o morte!” del regista croato Igor Bezinović (che utilizzava l’ironia e la coralità dei cittadini di Rijeka per decostruire il mito del poeta), Catinari sceglie la strada del thriller politico. L’attenzione, in “Alla festa della rivoluzione”, si sposta sugli intrighi di palazzo e sui colpi di scena, con una narrazione che, liberamente ispirata al saggio di Claudia Salaris, prova a restituire la complessità di una stagione che, se da un lato anticipava le liturgie del fascismo, dall’altro coltivava un’utopia libertaria difficilmente inquadrabile.
L’attentato a D’Annunzio come motore narrativo
Proprio nel clou di quella che doveva essere una festa di insediamento, un attentato sconvolge l’ordine precario della Reggenza del Carnaro. È da questo episodio – anticipato in una clip esclusiva che ritrae il momento critico dell’attacco al Vate – che si sviluppa la trama. Ci si trova catapultati in un gioco di specchi dove convivono amori impossibili e violenza politica, sullo sfondo di una città allo sbando, sospesa tra il Regno d’Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Una delle ragioni del forte interesse per l’opera risiede proprio nella capacità di mescolare i generi: il rigore della ricostruzione storica si infrange contro la necessità di tenere alta la suspense, descrivendo una Fiume diventata rifugio per “libertari, pazzi e scrittori”, come ebbe a definirli la cronaca dell’epoca.
I risvolti di cronaca, se così vogliamo chiamarli, sono affrontati con la dovuta cautela, senza la spettacolarizzazione della violenza ma concentrandosi sulle inchieste parallele che i protagonisti (spie, disertori e servizi segreti) conducono tra le vie della città. La macchina da presa di Catinari, che cura personalmente anche la fotografia, cerca di cogliere l’essenza di una “vita-festa” interrotta bruscamente dal boato delle bombe e dai colpi bassi della diplomazia, restituendo un affresco in cui i corpi dei legionari e dei cittadini fiumani diventano pedine di un gioco più grande.
Un film sostenuto dal territorio come ponte culturale
Tornando al dato produttivo, il ruolo del Friuli Venezia Giulia non è stato puramente accessorio. Le location scelte, che vanno dai centri storici di Udine e Gorizia fino al lungomare triestino, non offrono solo uno sfondo suggestivo; diventano esse stesse personaggi, testimoni silenziosi di un’eredità difficile. Il vicegovernatore Mario Anzil, nel suo intervento, ha voluto sottolineare proprio questo valore aggiunto: “Le ambientazioni realizzate in Friuli Venezia Giulia danno immagine e consistenza a un racconto che richiama da vicino la memoria culturale di queste terre”. In un’epoca in cui il confine orientale torna spesso al centro del dibattito storiografico, un’operazione simile prova a ricucire lo strappo attraverso il linguaggio universale del cinema, anche se lo fa con le armi del thriller e dell’intrattenimento puro.
L’interpretazione di un cast che comprende Valentina Romani, Nicolas Maupas e Riccardo Scamarcio (quest’ultimo in una partecipazione che promette scintille) contribuisce a rendere il racconto accessibile a un pubblico vasto, senza per questo banalizzare le contraddizioni di D’Annunzio, figura ingombrante che qui viene osservata attraverso lo sguardo diffidente e complice di chi gli vive accanto. “Alla festa della rivoluzione” si candida così a diventare non solo un prodotto di intrattenimento, ma un vero e proprio oggetto di dibattito per la capacità di mostrare, senza retorica, il momento esatto in cui la storia italiana smarrì la bussola, scambiando una tragicommedia per una nuova epopea nazionale.
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