“Alla festa della rivoluzione”, la spy story visionaria di Catinari tra D’Annunzio, spie e vendette private
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Arriva nelle sale dal 16 aprile, distribuito da 01 Distribution, l’opera prima di Arnaldo Catinari – uno dei più raffinati direttori della fotografia italiani, qui esordiente alla regia – che porta sul grande schermo l’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio rileggendola in chiave di thriller politico e spionistico. Il lungometraggio, intitolato “Alla festa della rivoluzione”, si ambienta nel 1919 in quella Fiume incandescente dove il Vate, appena reduce dalla vittoria mutilata, decide di dare il via alla sua personale “rivoluzione visionaria”. Non siamo però di fronte a un noioso affresco storico, tutt’altro: la macchina da presa di Catinari (che firma anche la fotografia) predilige un ritmo serrato, fatto di depistaggi, giochi di potere e vendette private, in cui la Storia fa semplicemente da sfondo a una narrazione che deve molto al cinema di genere.
Un cast fisico e la metamorfosi del Poeta-Guerriero
Se c’è un elemento che sorregge l’intera architettura del film, questo è la presenza scenica di Maurizio Lombardi nei panni di Gabriele D’Annunzio. Con una ricchezza espressiva che potremmo definire “frugale” – nel senso più nobile del termine, ovvero capace di dire molto con pochi, calibratissimi gesti – Lombardi evita accuratamente la trappola della macchietta o della fotocoria. Il suo Vate è volitivo, fiero, dipinto con una tavolozza cromatica che richiama le linee dure e le geometrie taglienti di Tamara de Lempicka (la quale, va ricordato, fu ospite del poeta al Vittoriale -4) e la solennità pittorica di Lawrence Alma-Tadema. C’è poi un paradosso fisico che il cinema, in quanto arte della finzione, sa rendere magnificamente irrilevante: D’Annunzio non raggiungeva un metro e settanta, mentre Lombardi ne misura quasi due. Ma gli attori veri interpretano, non scimmiottano; e in questo scarto, in questa mimesi che sfiora il sublime, risiede la riuscita dell’operazione.
Intrighi e giochi di potere nella Fiume del 1919
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Catinari insieme a Silvio Muccino, intreccia tre destini principali in quello che diventa un vero e proprio campo minato di alleanze e tradimenti. C’è Beatrice, una spia determinata al servizio della Russia, interpretata da Valentina Romani; c’è Pietro (Riccardo Scamarcio), il capo dei servizi segreti italiani, un uomo lacerato tra il dovere istituzionale e i propri ideali; e infine c’è Giulio (Nicolas Maupas), un medico disertore della Grande Guerra, vicino agli ambienti anarchici. È proprio durante la grande festa d’insediamento del “Poeta-Guerriero” che Beatrice si trova suo malgrado coinvolta in un clamoroso attentato alla vita di D’Annunzio, un evento che farà scattare la molla investigativa. Da quel momento, scoprire chi siano i veri nemici della rivoluzione diventa una priorità assoluta, non solo per la sopravvivenza del Vate ma per il destino stesso di quella “Città-Stato” utopica che, come ha spiegato il regista, rappresentava un’eccezione avveniristica per la parità dei sessi e la libertà di costume.
Tecnologia e memoria: un rischio calcolato
Toccare il patrimonio storico nazionale è un’operazione molto rischiosa, specie in un paese come l’Italia dove il dibattito sull’identità nazionale torna periodicamente a infiammare il dibattito pubblico. La scelta di raccontare D’Annunzio e l’impresa di Fiume – depurandoli però dalle successive derive nazionaliste e fasciste -3 – ha generato prevedibili polemiche politiche. Tuttavia, Catinari sembra rimandare al mittente ogni intento agiografico o didascalico, preferendo concentrarsi sulla messa in scena di una “spy story” che guarda con ammirazione alla modernità tecnologica. Non è un caso, del resto, che il film si posizioni come un’ambiziosa vetrina per nuove tecniche di ripresa. La storia del cinema è costellata da avanzamenti che hanno permesso la realizzazione di progetti sempre più importanti, e in questo contesto l’esordio di Catinari cerca di ritagliarsi un suo spazio, usando la luce (la sua vera specialità) per scolpire i volti di quegli idealisti, reduci e spie che, nel 1919, cercavano di cambiare il mondo a suon di colpi di scena.
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