La Corte Ue boccia l’Italia sui "paesi sicuri": governo e opposizioni si scontrano
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Redazione Interno
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La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, resa nota ieri, ha inferto un duro colpo alla politica migratoria del governo Meloni, stabilendo che le norme italiane che classificano determinati Stati come "paesi di origine sicuri" violano il diritto comunitario. Secondo i giudici di Lussemburgo, tali designazioni devono essere sottoposte a un controllo giurisdizionale effettivo e fondarsi su fonti trasparenti e accessibili, ribadendo così un principio cardine del sistema d’asilo europeo.
Palazzo Chigi, attraverso una nota ufficiale, ha espresso forte preoccupazione per una decisione che "riduce ulteriormente i margini di autonomia dei governi nazionali nella gestione delle migrazioni", aggiungendo che si tratta di "un passaggio che dovrebbe allarmare anche chi oggi esulta". Un chiaro riferimento alle opposizioni, tra cui Pd e Movimento 5 Stelle, che hanno invece celebrato il verdetto come una vittoria dello Stato di diritto contro quelle che definiscono "politiche securitarie e discriminatorie".
Sul fronte interno, la Lega ha reagito con durezza. Il generale Roberto Vannacci, intervenuto sull’argomento, ha parlato di "un’Europa che, come Gargantua, divora la sovranità degli Stati membri", sostenendo che la sentenza confermerebbe "la deriva centralista e socialdemocratica delle istituzioni Ue". Un attacco che riflette la crescente tensione tra Roma e Bruxelles, già acuita dall’accordo Italia-Albania per l’esternalizzazione delle procedure d’asilo, ora messo ulteriormente in discussione dal pronunciamento.
Proprio su questo punto si è concentrata Amnesty International, con la ricercatrice Adriana Tidona che ha definito la decisione "un freno alle derive autoritarie in materia di accoglienza". La sentenza, infatti, potrebbe avere ripercussioni dirette sul centro di Gjadër, in Albania, dove due cittadini del Bangladesh – coinvolti nei ricorsi alla base del caso – erano stati trasferiti. La Corte ha ribadito che la presunzione di sicurezza non può essere dogmatica, ma deve sempre garantire il diritto a un riesame individuale.




