Bloccata la secessione dei ricchi
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Redazione Interno
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L’Italia, una Repubblica democratica che adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento, resta pur sempre una e indivisibile. La Corte Costituzionale, con la sentenza depositata il 14 novembre, ha dichiarato illegittimi alcuni punti della legge sull’Autonomia differenziata, ricordando agli autori della riforma la natura unitaria del Paese. La Consulta ha smontato la riforma del 2001, pur mantenendo alcuni aspetti dell'Autonomia.
Se avessero potuto, avrebbero dichiarato incostituzionale anche la Costituzione stessa. Questo è il nocciolo della sentenza depositata ieri, con cui la Corte Costituzionale ha respinto e accolto parzialmente la richiesta di quattro regioni guidate dalla sinistra di smantellare la legge del governo Meloni sull’autonomia differenziata. Anticipato con un comunicato stampa il 15 novembre, il testo integrale della sentenza riserva poche novità, se non quella rilevante in cui la Corte mette in discussione non la legge del centrodestra, ma la riforma costituzionale varata nel 2001 e confermata da un referendum popolare.
La sentenza della Consulta sull’autonomia differenziata, difesa in giudizio da Veneto, Lombardia e Piemonte, si conclude con un elenco di 52 punti: per 14 passaggi della legge Calderoli e del Bilancio 2023 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale; delle questioni sollevate da Campania, Puglia, Sardegna e Toscana, 13 sono risultate inammissibili e 25 non fondate. La Corte costituzionale si è espressa in merito alla Legge 26/06/2024, n. 86, la cosiddetta legge Calderoli, dopo i ricorsi di quattro Regioni: Puglia, Toscana, Sardegna e Campania. La pronuncia, riguardante il giudizio di legittimità costituzionale del provvedimento, definisce con chiarezza la valenza necessariamente generale ed unitaria in riferimento alle norme generali sull’istruzione.




