Strage di Crans-Montana, tra il fuoco e la ricerca di colpe
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Redazione Esteri
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Mentre i soccorritori, in Svizzera, continuavano a setacciare le macerie del locale devastato dalle fiamme nella notte di Capodanno, un altro tipo di ricerca prendeva forma, altrettanto insistente e dolorosa, nel dibattito pubblico che ha seguito il disastro. Il bilancio delle vittime, una ferita ancora aperta che attende il pieno accertamento, ha fatto rapidamente spazio a quel meccanismo, purtroppo già noto, che trasforma lo sgomento in un'inchiesta a ritroso sulla prevenzione mancata. Ed ecco che, quasi inevitabilmente, il discorso si è spostato su quel terreno scivoloso dove la responsabilità individuale si confonde con quella collettiva, finendo spesso per addossarne buona parte a due pilastri dell'esperienza umana: la scuola e la famiglia.
Il riflesso condizionato: educare al pericolo
C'è chi, osservando i frammenti di quei terribili momenti trapelati online, ha sollevato una questione ricorrente in simili frangenti: a scuola si dovrebbe insegnare di più sulla sicurezza. Come riconoscere una minaccia imminente, come reagire di fronte a un principio d'incendio o alla folla che, presa dal panico, si trasforma in un'arma. Il quesito sottinteso è sempre lo stesso, e lo ha espresso con amarezza il giornalista e scrittore Pierluigi Lucarelli ponendo una domanda più ampia: "Abbiamo smesso di provare empatia?". Una riflessione che sembra scalfire la superficie di un atteggiamento più profondo, quello della ricerca di un capro espiatorio istituzionale davanti all'incomprensibile, quasi a voler circoscrivere in un perimetro di cause controllabili una tragedia che, per sua natura, sfugge a ogni logica.
La difesa dei ragazzi tra giudizi e gesti eroici
Proprio i giovani, alcuni dei quali immortalati in video mentre ballavano ignari sotto le prime fiamme sul soffitto, sono finiti al centro di critiche per il loro presunto comportamento, accusati da alcuni di aver pensato a filmare piuttosto che a mettersi in salvo. A difenderli con forza è intervenuta l'influencer Aurora Ramazzotti, che sui social ha sottolineato l'importanza di non giudicare minorenni colti in una situazione di panico totale, ricordando quanto le parole possano ferire chi sta già soffrendo un lutto indicibile. D'altronde, tra quei filmati di caos, ne è emerso uno particolarmente simbolico, che racconta un'altra storia: quella di un ragazzo in maglietta che, con un maglione strappatosi di dosso, batteva con energia disperata contro le lingue di fuoco, un eroe improvvisato in un mare di confusione. Un gesto che smentisce, nella sua immediatezza, ogni facile generalizzazione sulla presunta incoscienza di un'intera generazione.
La rete del soccorso, tra canali ufficiali e catene solidali
Parallelamente alle indagini delle autorità, che hanno attivato una linea di supporto dedicata, il web ha mostrato ancora una volta il suo volto duplice: da una parte amplificatore di immagini drammatiche, dall'altra piazza virtuale per iniziative di solidarietà. Su piattaforme come WhatsApp, Instagram e Facebook, infatti, sono fiorite spontaneamente catene di contatti e raccolte di informazioni tese a un solo, urgente obiettivo: rintracciare le persone ancora date per disperse, in una corsa contro il tempo alimentata dalla speranza di ritrovamenti che potessero, almeno in parte, alleviare l'angoscia di intere famiglie. Un movimento dal basso che, nel suo farsi, ha bypassato ogni diatriba sulle colpe, concentrandosi sull'unica cosa che contava in quelle ore: le persone.




