Biennale di Venezia, secondo giorno di ispezioni tra sanzioni e ricorsi: lo scontro sul padiglione Russia non si placa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ca’ Giustinian, stamattina di buon’ora. Angelo Piero Cappello, che in qualità di direttore della Creatività contemporanea del Ministero della Cultura guida il gruppo di ispettori, si è ripresentato nella sede della Biennale per il secondo giorno consecutivo di verifiche. Le ispezioni, già avviate ieri, si inseriscono in un quadro di crescenti frizioni istituzionali: a una settimana esatta dalla vernice della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, il nodo politico-diplomatico legato alla riapertura del padiglione della Federazione Russa – ancora sotto il regime di sanzioni europee per l’aggressione all’Ucraina – sembra non trovare soluzione. Anzi, il clima è peggiorato, al punto che il confronto diretto tra il ministero e l’organizzazione lagunare ha ormai raggiunto i massimi livelli di tensione.

Esclusione dalla competizione e accuse di strumentalizzazione

La giuria della Biennale Arte 2026, intanto, ha già preso una decisione che molti addetti ai lavori definiscono senza precedenti: escludere dalla corsa al Leone d’Oro e al Leone d’Argento gli artisti provenienti sia dalla Russia sia da Israele. Una scelta, quest’ultima, che secondo alcuni critici non farebbe che aggravale le polemiche, trasformando di fatto la manifestazione in un improprio teatro di contrapposizioni geopolitiche. L’accusa, circolata ieri negli ambienti del padiglione centrale, è quella di aver piegato il giudizio estetico a logiche esterne all’arte, svuotando di senso il principio dell’autonomia della cultura. Nessuno, tra i presenti, ha però fornito elementi concreti per dimostrare l’esistenza di pressioni dirette sui giurati.

Lo scultore israeliano: «Discriminazione razziale, valuto azioni legali»

A rompere gli indugi, se così si può dire, è stato Belu Simion Făinaru, lo scultore che rappresenta ufficialmente Israele alla rassegna. L’artista, contattato dai cronisti all’uscita di una delle sale espositive, ha definito la delibera della giuria «una discriminazione razziale» e ha lasciato intendere che non intende subirla passivamente. «Ancora non so se intraprenderò azioni legali – ha dichiarato – ci sto pensando. Di certo la decisione è illegale dal mio punto di vista. Viola i miei diritti umani, e questo è sanzionato dalla legge nel vostro Paese come in qualsiasi altro Stato». La presa di posizione dell’artista, per quanto veemente, non è stata ancora formalizzata in un ricorso agli organi giudiziari; resta quindi, al momento, una dichiarazione di intenti piuttosto che un atto processuale concreto.

Il nodo semiotico del padiglione Russia e la domanda sulla traduzione culturale

Sullo sfondo, una riflessione più sottile affiora da un intervento pubblicato da Tetyana Bezruchenko per Memorial Italia: «Come può un traduttore spiegare agli indiani, che possiedono un bagaglio linguistico meraviglioso per descrivere le sfumature del blu, il colore o la consistenza della neve vissuta dagli eschimesi?». La domanda, che Bezruchenko dice di aver posto al suo professore di semiotica Bruno Osimo alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli” – dove lei, a 53 anni, ha deciso di tornare a studiare – sembra gettare un’ombra paradossale sulla querelle in corso. Se ogni traduzione è già una scelta politica e culturale, allora anche la semplice riapertura di uno spazio espositivo (o la sua chiusura) potrebbe equivalere a un atto interpretativo. Resta il fatto che il padiglione russo, per ora, continua a non funzionare a pieno regime, in attesa degli esiti delle ispezioni.

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