Biennale di Venezia, si dimette la giuria internazionale dopo la visita degli ispettori del Mic

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il meccanismo, si sa, a Venezia è sempre stato delicato: un ingranaggio di arte, potere e simbolismi che in questa primavera del 2026 sembra aver innescato una scossa tellurica destinata a lasciare il segno. L’ultimo colpo di scena, piombato ieri con la rapidità di una mareggiata, riguarda le dimissioni in massa della giuria internazionale della Biennale, un organismo che, come si legge nella laconica nota diffusa dalla Fondazione, ha scelto di abbandonare l’incarico a pochi giorni dall’apertura della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, quella intitolata “In tonalità minori” dal direttore artistico Koyo Kouoh. A fare da detonatore, o almeno da scenario immediato, è stata la visita degli ispettori del ministero della Cultura, inviati nella città lagunare dal ministro Alessandro Giuli; un’ispezione che, nelle intenzioni, doveva forse fare chiarezza, ma che di fatto ha accelerato una crisi già in atto.

La presidente della giuria, Solange Farkas, insieme alle altre quattro componenti – tutte donne, tutte selezionate da Kouoh – ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato dal 30 aprile. Lo ha comunicato l’ente senza aggiungere particolari dettagli, quasi a voler sottolineare con il silenzio la profondità di uno strappo che non appare affatto tecnico. Per comprendere le ragioni di fondo, occorre però tornare indietro di qualche settimana, a quando Pietrangelo Buttafuoco, nella sua qualità di presidente della Biennale, ha deciso di riammettere la Russia nel perimetro espositivo della manifestazione. Non fu una scelta puramente logistica, quella: fu un atto dal carico simbolico pesantissimo, inseritosi a forza in un contesto storico ancora segnato dall’invasione dell’Ucraina e dalle relative sanzioni che il mondo dell’arte, suo malgrado, si era trovato a gestire.

La querelle Buttafuoco-Giuli e l’arrivo degli ispettori

La tensione, già palpabile negli ambienti della Biennale, è esplosa quando la decisione della riammissione russa è diventata oggetto di un vero e proprio scontro tra il presidente della Fondazione e il ministero guidato da Giuli. Proprio ieri, a suggellare un clima ormai avvelenato, è arrivata in laguna la delegazione ispettiva del Mic: un gesto formale, certo, ma carico di implicazioni politiche, quasi a voler verificare che l’iter seguito da Buttafuoco non avesse violato qualche direttiva nazionale o internazionale. Ecco che, all’indomani di quella visita – quasi fosse una reazione a catena – la giuria ha preferito farsi da parte. Non ci sono dichiarazioni accese, né processi pubblici nelle loro note; c’è solo la secchezza di un addio collettivo, che lascia intendere come la fiducia nel percorso della manifestazione si sia definitivamente incrinata.

Due Leoni (per ora) senza padrone: nascono i “Leoni dei Visitatori”

In questo vuoto di giuria, che non potrà assegnare i premi tradizionali, la Biennale ha comunque trovato una soluzione alternativa, quasi una sorta di ripiego creativo. Sono stati annunciati due “Leoni dei Visitatori”, una tipologia di riconoscimento che non richiede l’intermediazione di un collegio giudicante: sarà il pubblico stesso, con la propria fruizione e il proprio gradimento, a decretare i vincitori. Una scelta che, se da un lato aggira l’impasse istituzionale, dall’altro lascia inevase molte domande sul ruolo della critica e della competenza specialistica in una delle kermesse più importanti del mondo. Insomma, l’arte si affida alla piazza, mentre i professionisti della valutazione se ne vanno.

La Biennale a pochi giorni dal via: un’apertura senza premier?

Mancano ormai pochi giorni all’inaugurazione, e il caos organizzativo non accenna a placarsi. La Fondazione, nella sua nota, si è limitata a prendere atto delle dimissioni senza preannunciare nomi di eventuali sostituti, né ha chiarito se il programma delle premiazioni subirà ulteriori modifiche. Quel che è certo è che la frattura tra la presidenza Buttafuoco e il ministero della Cultura, con quest’ultimo che ha mosso i propri ispettori come pedine di un controllo mai troppo celato, rischia di proiettare un’ombra lunga sull’edizione 2026. E Venezia, abituata a convivere con l’acqua alta e con i colpi di scena, stavolta si trova ad affrontare una marea che non viene dal mare, ma dalle stanze del potere romano e dai dissidi interni a un mondo, quello dell’arte contemporanea, che credeva di essere più immune di così agli strali della politica.

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