Electrolux, i numeri del piano tagli e la paura degli operai: «Così si lascia morire la fabbrica»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’annuncio, arrivato senza particolari preamboli, ha spazzato via in poche ore certezze costruite in anni di turni, di sacrifici, di routine operaia. Electrolux, la multinazionale svedese che in Italia ha costruito uno dei suoi pilastri produttivi, ha comunicato l’intenzione di eliminare 1.700 posti di lavoro. Una scelta, questa, che non ha risparmiato nemmeno l’impianto di Susegana, in provincia di Treviso, dove si assemblano frigoriferi. Il giorno dopo lo sciopero generale – indetto immediatamente, quasi a voler arginare un’onda anomala – gli operai sono rientrati nei cancelli, ma lo hanno fatto con quella che molti hanno definito una “sospensione d’animo”: disorientati, carichi di domande, privi di risposte. «I segnali erano nell’aria da tempo», confida a caldo uno di loro, mentre riprende il posto nella linea, «ma adesso la sensazione è che stiano deliberatamente lasciando andare la fabbrica».

Un piano che non risparmia nessun territorio

A Porcia, dove l’azienda impiega più di mille e cinquecento persone e dove si concentra il cuore della ricerca e sviluppo per il settore lavaggio in Europa, il colpo è stato altrettanto violento. La riorganizzazione prevede, oltre agli esuberi massicci, la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e tagli pesantissimi che riguarderanno tutti gli stabilimenti nazionali. I lavoratori, riuniti in assemblee spontanee e poi scesi in sciopero lunedì, descrivono un clima definito “di sospensione”: timori concreti – specie per chi ha mutuo, famiglia, figli – e un silenzio assordante dalla dirigenza, che per il momento ha offerto solo cifre, non strategie. «Non abbiamo ancora capito chi resterà e chi no», racconta un delegato, «e in questo vuoto cresce solo la rabbia».

Lucia e Carlo, la vita in attesa di un figlio e di una scure che cade

A Forlì, nella fabbrica di viale Bologna, la vicenda assume i contorni di una cronaca privata che diventa presto collettiva. Lucia Mascotelli, trentaquattro anni, e Carlo Falcone, trentotto, si sono conosciuti lì dentro tre anni fa, si sono innamorati, hanno deciso di mettere su casa a Imola – la città d’origine di lui – e adesso aspettano un bambino che dovrebbe nascere a settembre. Fino a sette giorni fa, raccontano, il futuro aveva linee nitide: due stipendi stabili, un mutuo da pagare, un figlio da accogliere. Poi l’annuncio dei quattrocento esuberi destinati proprio al sito forlivese ha mandato in frantumi quel quadro. Lui e lei ogni mattina continuano ad attraversare insieme il cancello, ma sanno che uno dei due potrebbe non avere più un posto da qui a qualche mese. «Siamo in centinaia di famiglie nella stessa identica situazione», dicono, senza aggiungere altro, mentre la paura si fa compagna silenziosa del viaggio verso il lavoro.

Ventisette anni di fabbrica e la pensione a un passo

Elisa Guidi, lavoratrice dal 1999 e oggi delegata della Fiom Cgil, ha sulla pelle la memoria dell’ultima grande crisi del gruppo: dodici anni fa si combatté un’altra battaglia, allora la si vinse. Ma stavolta, ammette con onestà, le carte in tavola sono diverse e la partita appare più complicata. Lei è a un passo dalla pensione dopo ventisette anni passati in reparto, eppure dice chiaramente che non lascerà i suoi colleghi in questa situazione. La sua voce, ascoltata durante una pausa nel piazzale esterno, restituisce il senso di una stanchezza che non è rassegnazione: «Non possiamo permetterci di disperdere quel che resta di un’industria strategica». Mentre la politica si muove – come sempre accade in questi frangenti – gli operai intanto restano lì, davanti ai macchinari che continuano a funzionare, con la consapevolezza amara che nessuna vertenza lampo potrà ricucire lo strappo già aperto.

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