Electrolux, l’altra battaglia è sul caldo: “Si rischia la vita in fabbrica”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre il termometro segna picchi intollerabili e la protezione civile raccomanda di evitare le uscite nelle ore più afose, negli stabilimenti Electrolux la produzione continua a marciare, o almeno ci prova, tra turni di lavoro che espongono i dipendenti a condizioni definite ormai insostenibili. A Forlì, dove l’ondata di calore sta mettendo a dura prova la resistenza fisica degli operai, il clima di tensione si è fatto rovente tanto dentro quanto fuori lo stabilimento, alimentando un nuovo fronte di scontro che si affianca a quello, già complesso, sul piano industriale del gruppo.

La questione, sollevata con forza dalle rappresentanze sindacali, ruota attorno alla rimodulazione degli orari disposta dalla dirigenza per le giornate del 30 giugno e del 1° luglio, un intervento giudicato dai lavoratori come parziale e inadeguato, se non addirittura pericoloso per la loro incolumità.

La protesta dei sindacati e lo sciopero a sorpresa

La scintilla che ha acceso la rabbia dei dipendenti è stata l’assemblea convocata con urgenza dalle Rsu, nel pomeriggio di lunedì, alla vigilia di un nuovo e delicato incontro al Mimit sul futuro degli stabilimenti italiani.

I lavoratori di Forlì, come quelli degli altri siti coinvolti nel piano di ristrutturazione che prevede circa 1700 esuberi in Italia, hanno incrociato le braccia in uno sciopero che parte dalle 13, una scelta che secondo Stefania Zille, rappresentante della Fim Cisl, mira a dare un segnale chiaro in vista del tavolo romano: «Dalle 13 abbiamo dichiarato lo sciopero per tutti i lavoratori – ha spiegato Zille – in modo da rafforzare la trattativa. noi siamo speranzosi che domani ci siano dei dettagli, dei punti concreti dai quali partire per una reale trattativa di salvaguardia di tutti gli stabilimenti di elettrodomestici Electrolux in Italia». La mobilitazione, però, non è legata solo alle prospettive occupazionali e ai piani di esuberi, che pure pesano come un macigno sulle teste dei dipendenti, ma anche e soprattutto alle condizioni contingenti, quelle legate al microclima all'interno della fabbrica dove il caldo, in questi giorni, si fa sentire in modo tremendo.

La rimodulazione degli orari: una soluzione a metà

L'azienda, presa atto delle proteste, ha provato a correre ai ripari diramando una circolare interna che rimodula gli orari per il 30 giugno e il 1° luglio, stabilendo per i turni le fasce 6.00-14.00 e 14.00-22.00. Un intervento che, sulla carta, allontana i lavoratori dalle ore più calde della giornata, quelle comprese tra mezzogiorno e le 16, ma che secondo le rappresentanze sindacali risolve solo in parte il problema.

La nota diffusa dai sindacati parla di una «circolare aziendale parzialmente risolutiva per i giornalieri», e denuncia con amarezza l'ammissione, da parte dell'azienda, di una «grave situazione» che però, a loro dire, continua a ignorare la condizione del turno pomeridiano, quello che resta esposto alle fasce orarie più proibitive.

I rappresentanti dei lavoratori hanno quindi rilanciato la loro richiesta, che al momento non ha trovato riscontro, ovvero la sospensione dell'attività fino alle ore 18, una misura che eviterebbe ai dipendenti di dover operare con temperature proibitive all'interno di un capannone industriale.

Il nodo politico e le tempistiche della trattativa

La vicenda, che si intreccia inevitabilmente con i destini dell'intero gruppo in Italia, assume anche una valenza politica, come dimostra l'intervento dell'assessore regionale al Lavoro del Friuli Venezia Giulia, Alessia Rosolen, che nel corso di una tavola rotonda organizzata dalla Cisl FVG ha voluto mettere in guardia sugli sviluppi della trattativa.

«Non vorrei che il tempo preso con il tavolo a livello nazionale ci portasse a una rapidissima accelerazione legata alle tempistiche degli strumenti che si intendono mettere in campo dopo il 21 luglio», ha dichiarato Rosolen, evidenziando la preoccupazione per una possibile corsa contro il tempo che potrebbe penalizzare i lavoratori.

La questione del caldo, in questo quadro, diventa un ulteriore elemento di frizione, un test immediato sulla capacità del gruppo di confrontarsi con le esigenze primarie della forza lavoro mentre si discute del futuro produttivo e occupazionale di stabilimenti fondamentali come quello di Forlì, che da solo dovrebbe contribuire con circa 400 esuberi al piano complessivo.

Un rischio concreto e una mobilitazione che cresce

Quel che emerge con chiarezza dalle parole dei sindacati è la percezione di un rischio concreto per la salute e la sicurezza dei lavoratori, un rischio che, in una giornata di caldo record, diventa difficile da ignorare. L'azienda ha cercato di tamponare l'emergenza con una rimodulazione parziale, ma la mobilitazione resta alta e la tensione si percepisce anche nell'aria che si respira all'esterno dello stabilimento, dove i dipendenti attendono risposte che non riguardano solo i numeri degli esuberi, ma anche la qualità delle condizioni in cui sono chiamati a lavorare ogni giorno.

Il confronto al Mimit di domani, dunque, si caricherà di aspettative doppie: da un lato la speranza di vedere finalmente dettagli concreti su un piano che possa salvare il più possibile l'occupazione, dall'altro l'urgenza di ottenere garanzie immediate su un ambiente di lavoro che, in queste settimane, sta mettendo a dura prova la resistenza fisica degli operai. Una partita complessa, in cui il termometro, si potrebbe dire, gioca un ruolo tanto importante quanto le cifre del piano industriale.

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