Electrolux, i numeri della paura e la politica che si sveglia tardi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La vertenza Electrolux, con i suoi 1.700 licenziamenti annunciati, non rappresenta soltanto una delle crisi industriali più drammatiche degli ultimi anni, ma si configura come un vero e proprio terremoto sociale le cui scosse, inevitabilmente, si propagheranno lungo tutto l’indotto. In Friuli, dove lo stabilimento di Porcia – piccolo comune di meno di quindicimila abitanti in provincia di Pordenone – impiega direttamente 1.500 dipendenti, il timore è palpabile. Intorno a quella fabbrica, un gigante della produzione di elettrodomestici, ruotano quarantasette aziende di trasporto e magazzinaggio che danno lavoro a duecentocinquanta addetti; seppur non sia possibile quantificare con esattezza quante di queste vivano esclusivamente delle commesse del gruppo svedese, la loro stessa localizzazione geografica – letteralmente “dietro l’angolo” rispetto ai cancelli dello stabilimento – ne rivela la dipendenza strutturale.

A fare da contraltare a questa crisi annunciata, ci sono le reazioni – per molti versi prevedibili – del fronte politico e sindacale. Elly Schlein, alla guida del Partito Democratico, ha definito il tavolo convocato dal ministro dell’Industria Adolfo Urso per il prossimo 25 maggio come una misura del tutto insufficiente. La sua posizione, espressa senza mezzi termini, è chiara: quei 1.700 esuberi devono essere ritirati. Ma c’è di più. Per la segretaria democratica, la partita non può rimanere confinata nella normale gestione burocratica di una crisi aziendale; serve, a suo dire, che Palazzo Chigi abbandoni l’atteggiamento defilato e si assuma la responsabilità diretta di un dossier che, insieme ad altri, sta attraversando il Paese come una lama.

«Un atto disonesto» e la cultura di Wall Street

Se il dibattito politico si infiamma a Roma, dal fronte delle istituzioni locali arrivano parole ancora più dure. Vincenzo Colla, vicepresidente della Regione con delega allo Sviluppo economico, non usa giri di parole nell’analizzare il comportamento della multinazionale svedese. Lo definisce un atto «disonesto» – e non lo fa a caso – nel metodo, prima ancora che nel merito. Un approccio, quello tenuto da Electrolux, che tradisce – secondo Colla – una «cultura di Wall Street» radicata più nella finanza speculativa che nella logica industriale del lungo periodo. Le trattative in corso, condotte fino a ieri sotto la bandiera di possibili investimenti, sarebbero state insomma una copertura per preparare il terreno a questa débâcle occupazionale.

Vite sospese tra i cancelli e un futuro incerto

C’è poi un aspetto che i numeri, per loro natura algidi, non riescono mai a raccontare. Non è solo una questione di esuberi, bilanci o quote di mercato. A Cerreto d’Esi, un paesino di poco più di tremila anime, la fabbrica è da decenni il centro gravitazionale dell’esistenza quotidiana. Prendiamo il caso di Maria Rita Avino e suo marito Gabriele Stazi: entrambi quarantottenni, originaria lei di Napoli, lui del posto, condividono la stessa linea di produzione da ventinove anni. È proprio tra quei macchinari, nel 2010, che le loro strade si sono intrecciate fino a diventare una sola. Da allora sono arrivati la casa nel paese, il matrimonio e un figlio – desiderato e amato – che oggi ha sette anni. «Ci è crollato il mondo», ripetono, e la loro voce non ha bisogno di aggettivi per farsi comprendere. Con un bambino così piccolo, spiegare la parola “licenziamento” è già difficile; figuriamoci ricostruire da zero un’esistenza altrove.

L’indotto dimenticato e la sindrome del domino

Le ricadute occupazionali, se lo stabilimento dovesse ridurre drasticamente i volumi o peggio chiudere i battenti, sono facilmente immaginabili. Non si parla solo dei 1.500 diretti di Porcia o degli altri stabilimenti sparsi sul territorio, ma di una galassia di piccole e medie imprese – spesso a conduzione familiare – che hanno costruito la loro ragione d’essere sulla prossimità logistica al colosso svedese. Il timore, fondato, è quello dell’effetto domino: ogni posto perso in fabbrica ne trascina altri tre o quattro nell’indotto, tra autotrasportatori, magazzinieri e servizi. E in un Friuli dove l’alternativa è spesso il lavoro stagionale o la mobilità lontano da casa, la prospettiva di doversi reinventare a quaranta o cinquant’anni suona come una condanna.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.