Crisi Electrolux, Zattini: "Azienda imbarazzante"
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Redazione Interno
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La lunga scia di tensioni che avvolge il futuro degli stabilimenti Electrolux in Italia, e che si è concretizzata nei giorni scorsi con i numeri impietosi emersi dal tavolo ministeriale, trova nella voce del primo cittadino forlivese uno degli sfoghi più duri e sentiti. Gian Luca Zattini, sindaco di una città che rischia di vedere cancellati oltre quattrocento posti di lavoro, non usa mezzi termini definendo “imbarazzante” l’atteggiamento tenuto dalla multinazionale svedese, colpevole, ai suoi occhi, di aver ridotto a mere cifre di bilancio le esistenze di intere famiglie.
Quella che era iniziata come una trattativa tecnica si è trasformata, nell’arco di poche ore, in una resa dei conti sociale, con i presidi operai che si moltiplicano davanti ai cancelli e le rappresentanze sindacali che rifiutano categoricamente qualsiasi piano basato su esuberi strutturali. Non c’è, in questa fase, spazio per sfumature o per mediazioni al ribasso, perché ciò che l’azienda ha messo nero su bianco – un taglio complessivo di circa 1.
700 unità a livello nazionale, comprensivo della chiusura totale dello stabilimento di Cerreto d’Esi – rappresenta un vero e proprio smantellamento del perimetro produttivo italiano.
Lo stato di agitazione a Porcia
Se Forlì rappresenta il cuore pulsante della protesta in Romagna, è nello stabilimento di Porcia, in Friuli, che la rabbia assume i contorni di un assedio quotidiano. «Vogliono eliminare metà dei lavoratori», hanno raccontato i rappresentanti delle Rsu, dando il via a uno sciopero a scacchiera che blocca le linee mezz’ora ciascuna, un messaggio chiarissimo nella sua frammentazione per dire all’azienda che qui nessuno intende subire il ridimensionamento in silenzio.
I dettagli del piano, emersi chiaramente durante l’ultimo round romano al Mimit, hanno consegnato numeri brutali: su 571 addetti, ben 256 rischiano l’esubero, una percentuale che supera abbondantemente il 40% preventivato nelle prime bozze e che ha spinto i sindacati a definire la situazione “pesante, molto pesante”.
Per opporsi a questa ecatombe, la decisione di informare immediatamente i lavoratori – presa letteralmente “stanotte” al termine del confronto – è stata conseguente, così come lo è stata la determinazione nel calendarizzare la prossima mobilitazione per il 15 giugno, data fissata per un nuovo, delicatissimo vertice nazionale.
Il fronte politico e le audizioni parlamentari
In mezzo a questo mare di incertezze, il governo ha cercato di arginare la rottura chiedendo formalmente alla multinazionale di ritirare un piano giudicato “irricevibile e inaccettabile”, privo non solo di umanità ma anche di una prospettiva industriale concreta capace di andare oltre la mera contabilità dei costi.
Il ministro delle Imprese, che ha evocato il precedente virtuoso della crisi Beko come modello da imitare per scongiurare esiti drammatici, ha ottenuto l’impegno da parte dei vertici Electrolux a sospendere ogni azione unilaterale durante il periodo di tregua, sebbene la sensazione tra i delegati di fabbrica resti quella di una partita a scacchi giocata con pedine finanziarie.
Nel frattempo, l’agenda istituzionale segna un appuntamento di rilievo già per mercoledì 27 maggio, quando le commissioni riunite Attività produttive e Lavoro della Camera ascolteranno i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, oltre a quelli di Confindustria, per analizzare le ricadute produttive e occupazionali di questa ristrutturazione che rischia di creare un effetto domino su tutto il comparto degli elettrodomestici.
Le parole dei segretari nazionali, che hanno parlato apertamente di “logiche puramente finanziarie” alla base dello smantellamento, trovano eco nelle dichiarazioni dei territori, con il presidente della Regione che non ha esitato a definire l’intera operazione come un atto di “violenza” sociale prima ancora che industriale.
L’azienda, difendendosi, continua a ribadire la tesi dell’insostenibilità strutturale della produzione in Europa, citando il divario abissale nei costi dell’energia e delle materie prime rispetto ai competitor asiatici, ma di fronte al muro eretto dalle rappresentanze sindacali – che hanno esplicitamente rifiutato di “negoziare con la pistola alla testa” – la trattativa appare congelata in attesa di una inversione di rotta che, al momento, nessuno è in grado di garantire.
I lavoratori, nel frattempo, presidiano le fabbriche in attesa di sapere se il 15 giugno si aprirà una vera trattativa o se, come temono molti, l’unico epilogo possibile sarà quello dello scontro frontale.




