Electrolux, i 1.700 esuberi e la crisi del distretto: “Governo, esiste un piano salvataggio?”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La doccia gelata, per i lavoratori del settore degli elettrodomestici, è arrivata nel corso del coordinamento nazionale tenutosi a Venezia Mestre: la multinazionale svedese Electrolux ha infatti presentato un pesantissimo piano di ristrutturazione che, nelle intenzioni del gruppo, dovrebbe tradursi in un drastico ridimensionamento della produzione e della forza lavoro. Numeri alla mano, si parla di circa 1.700 esuberi su un totale di 4.500 addetti in Italia – una riduzione che sfiora il 40% dell’organico – oltre alla messa in atto di una riorganizzazione che non risparmierà nessuno dei cinque stabilimenti nazionali, sebbene sia quella di Cerreto d’Esi, nelle Marche, a fare le spese della chiusura definitiva. Ed è proprio da questo lembo di territorio, già duramente provato dalla precedente crisi Beko, che parte l’affondo più duro. Daniela Ghergo, sindaca di Fabriano, ha definito la notizia come “l’ennesima tegola occupazionale” abbattutasi sul distretto, sottolineando come dietro il dado tirato dalla multinazionale non ci siano solo i 170 dipendenti del sito marchigiano direttamente destinati al licenziamento, ma l’intera filiera dell’indotto che da decenni vive attorno a queste produzioni.

La prima cittadina, esprimendo “vicinanza e solidarietà” ai diretti interessati e al collega di Cerreto d’Esi, ha voluto virare rapidamente il tiro dell’analisi verso le responsabilità dell’esecutivo centrale, quasi a chiedere che venga smesso il quieto vivere istituzionale. La sua interrogazione, retorica solo nella forma ma tagliente nella sostanza, è un vero e proprio atto d’accusa: “Il Governo dica con chiarezza se intende difendere il settore dell’elettrodomestico, già duramente provato, o se il nostro Paese è destinato a perdere anche questo comparto senza che le istituzioni facciano nulla”. E in questo appello a voci spiegate, Ghergo ha voluto sfondare una porta aperta sulla precarietà di un sistema; lo ha fatto ricordando che a pagare il prezzo più alto, in simili circostanze, non saranno soltanto i dipendenti diretti, ma anche le “centinaia di maestranze” della componentistica, della logistica e dei servizi che rischiano di vedere smantellato un sistema integrato di imprese e competenze.

Una decisione “inaccettabile” e la reazione immediata dei sindacati

Dall’altra parte della barricata, quella della rappresentanza operaia, la risposta non si è fatta attendere né in termini di intensità né di tempismo. Fim, Fiom e Uilm hanno bollato all’unanimità il progetto come “inaccettabile” e, in un gesto che sancisce la rottura del dialogo pacifico, hanno immediatamente proclamato lo stato di agitazione permanente, accompagnato da uno sciopero nazionale di otto ore che sarà declinato in ogni singolo sito produttivo. La strategia del gruppo, ha spiegato l’azienda in una nota ufficiale, si renderebbe necessaria per rispondere a un contesto europeo segnato da una “domanda persistentemente debole”, da una pressione competitiva elevatissima e da costi strutturalmente troppo alti per reggere il confronto con la concorrenza internazionale. Una motivazione, questa, che i sindacati non hanno evidentemente digerito, interpretandola come la classica foglia di fico dietro cui si cela l’ennesimo salasso occupazionale; tant’è che le organizzazioni sindacali hanno chiesto con forza un intervento immediato del governo, con una convocazione urgente al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) per scongiurare quello che definiscono “un disimpegno inaccettabile” della multinazionale svedese dal territorio nazionale. Del resto, a ben guardare la fotografia produttiva, non si intravedono margini per fraintendimenti: stando a quanto trapelato nel corso dell’incontro, la fabbrica di Cerreto d’Esi (produzione di cappe) verrebbe chiusa e trasferita in Polonia, mentre negli altri stabilimenti si procederà a un ridimensionamento più o meno pesante a seconda delle linee di prodotto.

La crisi sistemica del “bianco” e il nodo della competitività

La doccia fredda subita dai dipendenti di Solaro, dove la fabbrica di lavastoviglie trema per il futuro produttivo, e di Susegana, dove una terza linea dedicata ai frigoriferi di medio-alta gamma non verrà neppure attivata, racconta in realtà una crisi sistemica che va oltre i confini dell’azienda citata in cronaca. E sebbene il gruppo abbia voluto precisare che l’Italia resta un Paese “strategico” e che si cercherà di attenuare le ricadute sociali, la realtà delle cifre parla da sé: oltre alla mancata partnership con la rivale cinese Midea per quanto riguarda l’Europa (limitata al solo mercato statunitense), l’operazione prevede l’interruzione delle lavasciuga a Porcia e dei piani cottura a Forlì. Si tratta, in pratica, di un arretramento selettivo verso le fasce alto di gamma, mentre i segmenti medi e quelli a più basso valore aggiunto vengono abbandonati alla mercé dei competitor asiatici, che possono contare su un costo del lavoro sette volte inferiore e su bollette energetiche addirittura dimezzate rispetto al vecchio continente.

Per il segretario della Uilm Lombardia, Vittorio Sarti, questa non è altro che la prova provata di una “totale assenza di visione strategica”, un’operazione che rischia di svuotare di senso qualsiasi politica industriale nazionale, lasciando che siano i soli lavoratori a pagare il conto di una competizione globale sempre più feroce. E la preoccupazione, tra i cancelli degli stabilimenti, è tangibile: da domani gli operai di Solaro si riuniranno in assemblea davanti alle portinerie suddivisi per turni (dalle 8.30 del mattino fino a notte inoltrata), mentre a Susegana il presidio è già stato fissato dalle prime luci dell’alba per coprire un’intera giornata di mobilitazione. In tutto questo, il gruppo guidato da Yannick Fierling ha messo le mani avanti sulla tempistica: l’intenzione sarebbe quella di procedere “in tempi brevi”, chiudendo l’operazione di riorganizzazione entro l’anno in corso, quasi a voler mettere i sindacati e i territori di fronte a un fatto compiuto.

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