Electrolux, il conto salato per Forlì: 400 famiglie romagnole nel mirino del piano esuberi
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Redazione Economia
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Il futuro industriale di Forlì si trova improvvisamente davanti a un bivio drammatico, e le lancette dell’orologio segnano il tempo di un’emergenza che rischia di lasciare ferite profonde nel tessuto sociale cittadino. Quello che si profila all’orizzonte per lo stabilimento Electrolux di viale Bologna non è un semplice riassetto organizzativo, bensì un ridimensionamento così drastico da equivalere a un vero e proprio ridimensionamento: si parla di circa 400 esuberi su un organico che, di fatto, verrebbe quasi dimezzato. Secondo le prime ricostruzioni fornite dalle sigle sindacali, nello specifico la Fim Cisl e la Cisl Romagna che hanno lanciato l’allarme per prime, il colpo destinato a piovere sul capannone romagnolo rientra in un piano nazionale da 1.700 tagli complessivi. Una frazione consistente di quei lavoratori (quasi il 40% della forza lavoro nazionale del gruppo) abita proprio qui, fra colline e pianura, e la loro vertenza diventa inevitabilmente la vertenza di un'intera comunità produttiva.
L’amaro paradosso degli incentivi pubblici e del “prendi i soldi e scappa”
C’è un dettaglio, tutt’altro che secondario, che rende questa vicenda particolarmente indigesta agli occhi dei diretti interessati e dei loro rappresentanti, ovvero la parallela pioggia di finanziamenti pubblici ricevuta dalla multinazionale svedese in un arco temporale sorprendentemente vicino. Solo nel biennio precedente l’annuncio, il colosso degli elettrodomestici aveva ottenuto un sostegno statale per progetti di ricerca e sviluppo, culminato con un accordo per l’innovazione da quasi tre milioni di euro bollinato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. A questi si aggiungevano, a livello europeo, un finanziamento da 200 milioni erogato dalla Banca Europea per gli Investimenti finalizzato a rendere i processi più green, senza dimenticare i benefici indiretti derivanti dal bonus elettrodomestici; per il solo 2025 la dotazione di quel fondo era di 50 milioni di euro, pensati per spingere le famiglie all’acquisto, e nell’elenco dei prodotti ammessi figuravano ben dieci modelli Electrolux. Insomma, la sensazione diffusa sui bracci della mobilitazione è quella denunciata senza troppi giri di parole dai sindacati: l’azienda ha preso i soldi disponibili, ha incassato le agevolazioni, e ora, davanti alle prime crepe del mercato o a una riorganizzazione globale dei volumi, scarica il peso della crisi sulle spalle di chi quei prodotti li assembla giorno dopo giorno.
La mobilitazione e la stretta conta dei posti a rischio nel romagnolo
La reazione non si è fatta attendere, e già alle prime luci dell’alba i cancelli di viale Bologna hanno visto presidi e striscioni, in un clima che ricorda purtroppo le peggiori pagine della cronaca operaia di inizio decennio. I numeri, del resto, non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: l’ipotesi che circola con insistenza è quella di un ridimensionamento pesante, con tre linee produttive su sei che verrebbero silurate per lasciare spazio forse solo alla produzione di fascia alta. Un’operazione che, per i sindacati di categoria come la Fiom e la Uil, equivale a una condanna a morte per la funzione storica dello stabilizio. "Se qui cediamo non riusciremo a difendere più un posto nel nostro territorio", hanno tuonato i rappresentanti dei lavoratori durante le assemblee, sottolineando come Electrolux non sia solo una fabbrica ma un simbolo di un'industrializzazione che rischia di dissolversi, lasciando dietro di sé solo le briciole di un terziario povero e precario. Il rischio concreto è quello di assistere a una replica aggiornata della crisi del 2013-2014, quando i sacrifici chiesti ai dipendenti (aumento dei ritmi, flessibilità estrema) non bastarono comunque a fermare la lenta emorragia di posti nel settore del bianco.
L’appuntamento decisivo al Mimit e il peso sulle istituzioni locali
In mezzo a questo mare di incertezze, l’unico faro istituzionale al momento acceso è rappresentato dal tavolo convocato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, fissato in agenda per il 25 maggio a Palazzo Piacentini. L'incontro, che vedrà intorno a un tavolo i vertici dell'azienda, le rappresentanze sindacali e i governatori delle Regioni coinvolte (dall'Emilia-Romagna al Veneto, dalla Lombardia alle Marche), rappresenta il primo vero banco di prova per tentare di scongiurare l'esodo di massa. Sulla bilancia ci sono i numeri della produzione industriale, già fiaccati da altre crisi parallele come quelle di Whirlpool-Beko o il declino della filiera automotive, e la consapevolezza che un taglio del 40% del personale in un'area come la Romagna non è solo una statistica aziendale, ma una bomba sociale destinata a esplodere. La partita è apertissima, e Forlì, in attesa di conoscere il proprio destino, si stringe attorno ai suoi operai consapevole che, questa volta, la posta in gioco è la sua stessa identità manifatturiera.




