Electrolux, millesettecento esuberi e uno stabilimento che chiude: il buco nero della politica industriale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il vuoto, si sa, non fa rumore. E proprio in questo silenzio – rotto solo da un comunicato stampa asciutto e da qualche cifra gelida – sparisce un’altra fetta consistente del Pil manifatturiero italiano. La multinazionale svedese Electrolux, secondo produttore mondiale di elettrodomestici dopo Whirlpool, ha annunciato un «processo di ottimizzazione di circa 1.700 posizioni»: un’espressione che i sindacati di categoria, riuniti a Venezia per un coordinamento nazionale, hanno tradotto senza troppi giri di parole in «1.700 esuberi». Vale la pena ripeterli, quei numeri, perché hanno il peso specifico di altrettante famiglie. Mille e settecento lavoratori su un totale di circa quattromila dipendenti in Italia: quasi la metà della forza lavoro nazionale del gruppo.

La fabbrica di Cerreto d’Esi finisce sul libro paga della Polonia

Non si tratta di un semplice ridimensionamento, ma di una vera e propria amputazione. Electrolux ha infatti deciso la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove la produzione verrà trasferita in Polonia. Gli altri quattro siti italiani – nessuno escluso – subiranno tagli consistenti, sia nella produzione sia nell’area ricerca e sviluppo. I 1.700 esuberi rappresentano quasi il 40 per cento degli attuali occupati, una percentuale che da sola racconta la portata della riorganizzazione. I sindacati di categoria (Fim, Fiom e Uilm) hanno definito il piano «pesantissimo» e l’annuncio «inaccettabile», per poi annunciare immediatamente uno sciopero.

La reazione dei sindacati: “strategie ciniche sulla pelle dei lavoratori”

Il fronte delle organizzazioni sindacali è compatto, e la tensione è altissima. In una nota congiunta, Fim, Fiom e Uilm hanno parlato di una decisione che colpisce «il cuore della manifattura italiana», mentre la leader della Cisl Daniela Fumarola ha usato parole durissime: «strategie ciniche e antisociali sulla pelle dei lavoratori». Ha aggiunto, con una frase che suona quasi come un epitaffio per un certo modello di relazioni industriali, che «chi investe nel nostro Paese ha anche una responsabilità sociale verso il lavoro e il tessuto produttivo nazionale». Parole che, da sole, non fermano però i traslochi di linee produttive verso l’Est Europa.

Mille e settecento famiglie e il silenzio di chi dovrebbe governare i processi

Quel che colpisce, ascoltando i numeri e le dichiarazioni, è l’assenza di un contrappeso. Nel vuoto della politica industriale italiana – un vuoto che dura da decenni e che nessuna legislatura ha mai realmente riempito – un gigante svedese decide di smantellare quasi la metà della sua presenza operosa nel Paese. Non c’è un progetto di riconversione, non c’è una cabina di regia che trattenga quei mille e settecento posti. C’è solo l’annuncio, e poi ci saranno le vertenze, e le passerelle, e le promesse. Ma intanto lo stabilimento di Cerreto d’Esi chiude, e la produzione non torna più indietro.

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