Electrolux, il piano che dimezza la produzione: 1.700 esuberi e la fabbrica marchigiana che chiude

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’afa di un maggio anticipato non ha mitigato la freddezza delle cifre emerse ieri nel corso della riunione di Coordinamento nazionale tenutasi a Venezia, dove il colosso svedese dell’elettrodomestico ha ufficializzato una scelta che taglierà netto il respiro di quattro territori. Electrolux Group, infatti, ha comunicato alle rappresentanze sindacali l’avvio di un «percorso per ottimizzare il proprio assetto organizzativo e produttivo in Italia»; nella sostanza, un piano che prevede circa 1.700 esuberi su un totale nazionale che sfiora i 4.000 addetti, un azzeramento quasi totale delle produzioni di massa che equivale a un dimezzamento della presenza industriale nel Paese. A pagare il prezzo più alto, in questo scacchiere globale volto a inseguire una redditività altrimenti irraggiungibile, sarà la regione Marche, con la dismissione totale dell’impianto di Cerreto d’Esi (Ancona), dove operano attualmente 170 persone, la cui attività – legata prevalentemente alla produzione di cappe – verrà relegata altrove secondo le logiche della delocalizzazione interna al gruppo.

La mappa della smobilitazione

L’annuncio, arrivato come una doccia gelata nonostante i segnali di crisi che si trascinavano da tempo, non ha risparmiato nessuno dei cinque stabilimenti made in Italy. L’azienda – che oltre al sito destinato alla chiusura conta le fabbriche di Susegana nel Trevigiano, Porcia nel Pordenonese, Forlì e Solaro nel Milanese – ha spiegato che le riduzioni di personale saranno trasversali, colpendo tutte le linee produttive senza distinzioni geografiche. Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm, dopo aver raccolto la drammatica entità del dato (quasi il 40% della forza lavoro nazionale destinato a uscire dall’organico), hanno immediatamente rotto gli indugi dichiarando lo stato di agitazione permanente. La loro risposta non si è fatta attendere: una mobilitazione che paralizzerà i cancelli con otto ore di sciopero nazionale, le cui modalità saranno declinate stabilimento per stabilimento già a partire dalle prossime ore, nel tentativo estremo di scongiurare quello che definiscono uno «scempio industriale».

La rabbia dei sindacati e lo strappo consumato

La strategia comunicativa del gruppo svedese – che ha inserito questa manovra in «un più ampio piano globale» finalizzato a rendere l’organizzazione «più agile e competitiva» – non ha retto di fronte al numero esatto dei tagli. L’annuncio, che i delegati hanno giudicato inaccettabile già nel corso della riunione, è stato talmente duro da indurli a chiedere la sospensione immediata dell’incontro. Secondo le prime ricostruzioni, alla base della decisione di Stoccolma non ci sarebbe solo la necessità di ridurre i costi operativi, bensì una vera e propria transizione verso un modello di business alternativo; l’obiettivo, spiegano dalle fonti vicine alla trattativa, è quello di trasferire a terzi la fabbricazione dei prodotti a scarso valore aggiunto per concentrare le residue risorse umane e finanziarie sulla semplice gestione del marchio e sul design. Per i lavoratori di Cerreto d’Esi, invece, non ci saranno seconde possibilità: le linee di montaggio verranno smantellate, e con esse l’indotto locale che da anni gravitava attorno al sito.

Numeri e prospettive per i siti rimanenti

Se la chiusura della fabbrica anconetana rappresenta la ferita più profonda e immediata, le ripercussioni sugli altri stabilimenti si annunciano altrettanto devastanti se lette nel dettaglio delle produzioni. Secondo le valutazioni delle sigle sindacali presenti al tavolo – che hanno già chiesto un intervento urgente al ministero delle Imprese e del Made in Italy – i 1.700 esuberi includeranno presumibilmente i circa 200 addetti con contratto a termine sparsi nei vari siti, ma anche operai specializzati che oggi lavorano su linee destinate alla chiusura. A Porcia, ad esempio, verrebbe interrotta definitivamente la produzione di lavasciuga; a Forlì, invece, si direbbe addio ai piani cottura, un segmento che da solo rappresenta un terzo dell’intero business della sede romagnola. Persino a Susegana, dove pure era stata progettata una terza linea della serie “Genesi” dedicata ai frigoriferi medio-alti, quell’investimento non è mai stato realmente attivato, e si presume che almeno 150 addetti a essa destinati rientrino di diritto nella lista dei licenziandi. Il gruppo ha provato a gettare un velo di retorica, dichiarando che l’Italia resterà «un Paese strategico» per lo sviluppo di prodotto, ma sul tavolo non sono state depositate garanzie scritte, né tantomeno ipotesi di reindustrializzazione immediata per assorbire il personale in esubero.

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