Electrolux, i numeri della crisi e la sfida della Fiom: «Non si taglia il personale, così è irricevibile»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La vertenza che attanaglia il gruppo Electrolux, con i suoi mille e settecento esuberi annunciati su scala nazionale – pari a circa il quaranta per cento della forza lavoro complessiva – ha subìto una brusca accelerazione nelle ultime ore, sebbene le crepe nel settore degli elettrodomestici fossero ormai visibili da tempo. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, o meglio ad alimentare la già rovente polemica politica e sindacale, è stata l’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal segretario generale della Fiom, Michele De Palma. Questi, con una nettezza che non ammette fraintendimenti, ha bollato il piano presentato dalla multinazionale svedese come «irricevibile», chiarendo che al tavolo convocato per il 25 maggio dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non siederà per discutere alcun taglio al personale. La sua posizione, allineata su quella che è la linea dura del sindacato, sposta inevitabilmente l’asticella del conflitto, richiamando in causa direttamente Palazzo Chigi: «Non è una questione ordinaria», ha tuonato il sindacalista, sostenendo che la posta in gioco sia troppo alta per lasciarla alla sola regia ministeriale.

Mentre i riflettori si accendono sul futuro degli stabilimenti, a partire da quello di Porcia nel Friuli Venezia Giulia fino al sito marchigiano di Cerreto d’Esi destinato alla chiusura, lo scontro politico si scalda anche al di fuori delle fabbriche. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha raccolto il grido d’allarme, chiedendo a gran voce che i licenziamenti vengano ritirati. «Non possono essere i lavoratori a pagare le ristrutturazioni aziendali», ha dichiarato, rivendicando il ruolo centrale della ricerca e sviluppo per evitare quella che, a suo avviso, sarebbe una desertificazione industriale. L’attacco, però, non si ferma ai cancelli dell’Electrolux; Schlein ha infatti sottolineato che l’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è necessario per affrontare un trend di crisi che non riguarda solo l’elettrodomestico, ma interi comparti come l’automotive e l’acciaio.

L’analisi di chi conosce i numeri: «Un elettrodomestico rattrappito non serve a nessuno»

A impreziosire il dibattito, arricchendolo di una competenza rara, ci ha pensato l’ex manager del gruppo Maurizio Castro. Le sue parole, pronunciate nel corso dei recenti approfondimenti televisivi che hanno scandito il ponte del Primo Maggio tra dibattiti politici e aggiornamenti giudiziari, sono apparse durissime. Castro, che di quella realtà conosce gli ingranaggi meglio di molti analisti, ha parlato di modi «brutali» da parte della multinazionale nell’annunciare il disimpegno dal territorio italiano. A turbare l’ex dirigente, però, non è solo la modalità, ma la sostanza stessa dell’operazione: un modello industriale che riduce l’elettrodomestico a una dimensione dell’«appena sufficiente» è, a suo avviso, un modello privo di attrattiva per il mercato e di futuro per gli addetti ai lavori. È una sorta di cannibalismo tecnologico che rischia di lasciare sul campo solo macerie occupazionali.

Mentre il mondo dell’industria piange le proprie ferite, la cronaca giudiziaria, in particolare quella che attiene al caso di Garlasco, ha continuato a offrire spunti di riflessione nelle discussioni in studio, prendendo il sopravvento nei talk show come non accadeva da mesi. Le intercettazioni ambientali del 2017, riemerse dalle carte processuali, hanno restituito il suono di una voce solitaria, quella di Andrea Sempio, che in auto mormora frasi ritenute dagli inquirenti cariche di significato. «Però ca**o… alle nove e mezza», si sente dire nel soliloquio, un’ora che secondo le recenti consulenze si avvicina pericolosamente alla finestra temporale in cui Chiara Poggi era ancora in vita prima dell’aggressione.

Garlasco, i dubbi sulla frequentazione e la rilettura degli indizi

L’attenzione degli investigatori, in questa fase di approfondimento che ha portato alla chiusura delle nuove indagini, si è concentrata anche sulle abitudini del gruppo di amici che ruotava attorno alla vittima. A differenza di quanto sostenuto da Sempio, che in alcune conversazioni lascia intendere una certa confidenza con l’abitazione dei Poggi, i testimoni ascoltati dalla procura hanno offerto un quadro radicalmente diverso. Gli amici della comitiva hanno escluso che si recassero frequentemente in casa, e in particolare nella zona della cantina, dove sono emersi segni indecifrabili legati a vecchie impronte. La difesa di Alberto Stasi, dal canto suo, ha provato a ribattere a ogni accusa, ma il confronto mediatico resta serrato: gli esperti discutono ancora della perfetta sovrapponibilità di una suola di scarpa – forse di marca Frau, forse di numero quarantadue – con le celebri tracce «a pallini» lasciate sul pavimento.

Mentre lo stallo industriale e il giallo giudiziario tengono banco, lo scenario politico italiano continua a essere attraversato da tensioni trasversali. Tra i dibattiti che hanno infiammato le ultime settimane spicca il faccia a faccia – o meglio lo scontro verbale – tra Carlo Calenda e Roberto Vannacci, con il primo che ha accusato il secondo di posizioni vicine a Mosca, definendole persino «tradimento della Patria». In questo clima incandescente, non poteva mancare il consueto capitolo internazionale, con la Casa Bianca e il Vaticano su fronti opposti: il presidente Trump, che ormai risiede alla Casa Bianca da oltre un anno, ha innescato un duro scontro con Papa Leone XIV, definendolo «pessimo in politica estera» a causa delle divergenze sulla gestione del conflitto con l’Iran. Un’escalation verbale che, sebbene lontana dai confini nazionali, filtra pesantemente nelle agende dei nostri diplomatici.

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