Electrolux, lo spostamento in Polonia rompe la tregua. La Fiom: «Azione unilaterale»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tregua, sancita appena due giorni fa durante l’incontro al Mimit, è già polvere. Secondo quanto denunciato questa mattina dalla Fiom Cgil, Electrolux avrebbe avviato proprio oggi, 27 maggio, la produzione delle cappe aspiranti nello stabilimento polacco, quelle stesse cappe che fino a ieri rappresentavano il core business - e l’unica ragione d’essere - del sito marchigiano di Cerreto d’Esi. Un trasferimento che, se confermato, renderebbe di fatto operativo quel piano di chiusura che l’azienda aveva solo formalmente messo in discussione durante il tavolo ministeriale di lunedì.

L’azienda, da parte sua, non conferma né smentisce la notizia, alimentando così il clima di sfiducia che ormai avvolge la vertenza.

Una mossa che scavalca il tavolo del 15 giugno

Ciò che più fa infuriare i sindacati - e che rischia di far saltare ogni residuo margine di trattativa - è la tempistica. Lo spostamento dei volumi produttivi verso l’Est Europa arriva senza attendere la prossima convocazione prevista per il 15 giugno al Ministero delle Imprese, un appuntamento che avrebbe dovuto servire proprio per discutere un piano industriale alternativo.

La segretaria della Fiom, Barbara Tibaldi, ha parlato chiaro nel corso dell’audizione alla Camera: «Nonostante l’impegno preso il 25 maggio di non procedere con azioni unilaterali, l’azienda ha avviato produzioni gemelle in Polonia». Un’azione che, nelle intenzioni del sindacato, rappresenta una chiara violazione dello spirito - se non della lettera - degli accordi presi con il governo e le regioni coinvolte.

L’ombra del disimpegno totale dall’Italia

I numeri, del resto, già raccontavano una realtà difficile da ribaltare. Il piano presentato dalla multinazionale svedese prevede 1.700 esuberi (il 40% della forza lavoro italiana) e la chiusura totale dello stabilimento di Cerreto D’Esi, dove lavorano circa 170 persone. Ma non è solo una questione di posti di lavoro: dietro a queste cifre, come hanno più volte ribadito le rappresentanze sindacali, si intravede un progressivo disimpegno dal territorio nazionale.

«Non siamo di fronte a esuberi in quanto tali - aveva spiegato nei giorni scorsi Pierpaolo Pullini, referente Fiom per l’area fabrianese - ma al fatto che le produzioni se ne vanno. Togli i volumi, e la fabbrica muore». Un meccanismo perverso che ha spinto i metalmeccanici a ribattezzare la manovra con un amaro neologismo: “Electro-shock”.

La reazione dei territori e la mobilitazione che cresce

Mentre a Roma si consumava l’ennesimo strappo, sui territori la tensione non è mai scesa. A Susegana, nel trevigiano, le assemblee dei lavoratori hanno registrato una partecipazione massiccia, segno evidente di una preoccupazione che non accenna a diminuire. Nel corso di quegli incontri, è intervenuto anche il segretario generale della Fiom Cgil del Veneto, ribadendo la linea dura: niente trattativa se non verranno ritirati i licenziamenti e le chiusure. E a Forlì, un altro dei siti coinvolti nel piano di ristrutturazione, il sindaco di centrodestra Gian Luca Zattini ha scelto la provocazione.

In Consiglio comunale, dedicato alla crisi Electrolux, si è presentato senza fascia tricolore ma con una t-shirt che recita «Resisteremo ancora un minuto più di Electrolux». Un simbolo, quello della maglietta, che forse più di tante parole restituisce lo stato d’animo di chi si sente preso in ostaggio da logiche finanziarie decise a migliaia di chilometri di distanza.

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